Boris Johnson e il suo idolo Winston Churchill – di Friedrich Magnani

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Molti si chiedono, in questi giorni, se il premier inglese Boris Johnson, riuscirà o meno a far uscire il Regno Unito, dalla profonda crisi pandemica ed economica, nel bel mezzo delle delicate trattative con Bruxelles. E’ appena uscito in questi giorni, una biografia non autorizzata su Boris Johnson, di un controverso scrittore e giornalista britannico, Tom Bower, dal titolo “ The Gambler”, il giocatore. L’uscita sarebbe dovuta coincidere con la deadline del brexit deal, il 15 ottobre. Ma mentre Bruxelles, giovedì, ha concesso a Downing Street, altre due settimane di tempo, il libro, per una curiosa coincidenza, è già in vendita nelle librerie britanniche.

Tom Bower, pare non sia nuovo alla stesura di biografie non autorizzate, tra cui quelle sulle vite personali di Tony Blair e del Principe Carlo, che gli sarebbero costate già varie querele e processi giudiziari. Il suo saggio, darebbe luce, al retroscena familiare della famiglia Johnson, per delineare infine, il profilo del premier inglese, come una persona dal carattere eccentrico, non molto erudita, ma con una combinazione magica d’intelligenza, astuzia ed esibizionismo.

Boris Johnson, certamente, il s’écoute parler, direbbero i francesi, cioè ama ascoltarsi. Il suo narcisismo, è ormai ben noto. Soprattutto, il suo simpatico desiderio di assomigliare a Winston Churchill, che guidò l’Inghilterra, nelle ore più buie della sua storia . Conosce molto bene il personaggio, anche per il fatto di averne curato una biografia, nel 2015, con un libro dal titolo: “The Churchill Factor: how one man made history”. Ed è noto, che lo stesso Boris Johnson, abbia voluto emulare lo stile del suo predecessore, all’inizio dell’epidemia, quando poco prima di ammalarsi, disse agli inglesi di prepararsi a perdere i propri cari.

Ma per una serie di circostanze, il Regno Unito, come allora, si trova oggi, di fronte a una delle più grandi sfide della sua storia, con l’aggravante appunto, di una imprevista crisi pandemica e una forte recessione economica. E sono molte le cose che legano le due personalità. L’essere entrambi appartenenti alle élites inglesi, l’essere stati entrambi, studiosi di storia e per breve tempo, giornalisti. Ma a differenza di Boris Johnson, che completò i suoi studi a Oxford, Winston Churchill, intraprese la carriera militare in gioventù, fu inviato in quasi tutti gli angoli dell’Impero e si distinse per le sue doti strategiche e di comando.

Strategie militari, che furono poi messe in atto durante la seconda guerra mondiale e che gli valsero l’appellativo di eroe della patria. Ebbe l’abilità di ottenere l’intervento degli Stati Uniti in guerra e di guidare la resistenza e il contrattacco inglese nei confronti della Germania. Anche con i suoi lati oscuri, che solo oggi, gli storici ammettono. Come la sua spregiudicatezza nel far radere al suolo dalla RAF, in una sola notte, il 13 febbraio 1945, la città di Dresda, simbolo dell’umanesimo barocco tedesco. In risposta al bombardamento di Coventry da parte della Luftwaffe nel 1940 e come dimostrazione muscolare nei confronti dell’alleato sovietico. In quella notte, perirono circa 35.000 persone, sotto una spaventosa pioggia di bombe incendiarie, secondo le testimonianze raccolte in un libro del saggista e storico inglese Sinclair Mckay, dal titolo: “Il fuoco e l’oscurità, Dresda 1945”.

Ma aldilà delle reminiscenze storiche, il contesto attuale, sembra essere ancor più complicato, di quello bipolare dei tempi di Winston Churchill. La Brexit, pone il Regno Unito di fronte alla sfida di riuscire a curare i propri interessi economici con una serie di attori in conflitto tra loro. Vi sono gli interessi della City e della sua industria finanziaria, legata a stretto giro con l’economia cinese, Londra è il secondo mercato di scambio del Remnimbi, ma intenzionata comunque a mantenere i rapporti di gestione e consulenza, con le banche e le società finanziarie europee ed americane. E poi, vi sono gli interessi delle aziende inglesi, che vorrebbero continuare ad esportare con facilità, verso il vecchio continente, pur guardando all’Asia. E’ di pochi giorni fa, l’annuncio del primo accordo bilaterale di libero scambio commerciale, da nazione indipendente, del Regno Unito con il Giappone.

Nel frattempo, Boris Johnson non sembra aver dato prova di efficienza nella gestione della crisi epidemica, tra ritardi e contradditori stops and go, nelle riaperture delle attività economiche. Il pil del Regno Unito ha pagato la sua gestione levantina, (uno dei suoi antenati, era stato infatti ministro nell’Impero Ottomano), ed è crollato del 20% su base annua, secondo l’Ocse. Ben al di sotto della media dell’Eurozona, che si è fermata al 12,1%. Anche l’economia della City ha sofferto, con l’emorragia di 7500 dipendenti verso le capitali europee e il calo delle compravendite nel mercato immobiliare, che ha già segnato un -15,8% rispetto all’anno precedente, secondo i dati del Brexit Tracker di Ernst and Young e del Courts London Prime Property Index, della banca privata inglese Coutts.

Per non parlare di tutti gli altri aspetti delle trattative brexit in scadenza, che mettono in dubbio, le competenze di Boris Johnson. Dal backstop irlandese alla contesa sulle zone di pesca, che sembrano essere sospese in un limbo, mentre l’Europa, ha già avviato una procedura d’infrazione per la violazione dell’accordo di divorzio e l’approvazione a sorpresa, dell’Internal Market Bill.

Il partito conservatore inglese è in subbuglio, l’opinione pubblica interna è divisa, e l’Europa, attende stizzita. Ma Boris Johnson, potrebbe sorprendere, come Helmut Kohl, all’indomani della riunificazione tedesca, dato già per perdente, alla vigilia di quell’imprevisto evento storico. Se la guerra fu il momento di riscatto di Winston Churchill, la Brexit, potrebbe esser d’aiuto a Boris Johnson e potrebbe farlo passare, inaspettatamente, alla storia.

Friedrich Magnani