I perdenti delle elezioni USA – di Tito Tettamanti

Hanno perso: Trump; l’establishment politicamente corretto; il Partito democratico.

Unica soddisfatta, la Borsa.

Primo perdente Trump, che visto il suo carattere non lo ammetterà mai e darà la colpa a brogli elettorali. Trump non mi è mai piaciuto sin da quando era uomo d’affari, ma gli vanno riconosciuti vitalità e impegno battagliero oltre ad un indubbio carisma. La sua sconfitta non è per nulla umiliante considerando il modesto distacco dall’eletto. I 71 milioni di voti che ha ricevuto non possono non far riflettere.

Foto Wiki commons (Gage Skidmore) – https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/deed.en

La più clamorosa delle sconfitte l’ha subita però quell’establishment americano, nel quale si trovano riuniti i poteri forti del Paese alleati con il mondo intellettuale, molto progressista, molto politically correct e che ha la propria punta di diamante nelle università e nei media. Per quattro anni hanno condotto la campagna contro Trump, non volendo riconoscere la sconfitta del 2016, considerando il risultato di allora un’onta per il Paese che andava lavata, un incidente di percorso dovuto all’ignoranza beota di parte degli elettori.

Per quattro anni con atteggiamenti che superavano la critica politica per esondare nell’attacco personale intriso spesso da faziosità si è impostato un confronto nei termini tipici di chi si crede portatore della verità: da un lato il bene (loro), dall’altro il male assoluto (Trump). Hanno preso un abbaglio e sono incorsi in un errore grave per degli intellettuali; non hanno capito che il problema non era Trump, ma il già esistente disagio e la frattura nel Paese. Il risultato mortifica l’establishment e conferma che ci sono due effettive Americhe che esistevano prima di Trump, che semmai ha approfittato della situazione.

L’impegno e la concentrazione dei ceti intellettuali su problemi legittimi ma minoritari li ha distratti dalla realtà del Paese. Nelle elezioni del 2016 può aver giocato a favore dell’eletto il fatto di essere un candidato relativamente sconosciuto politicamente. Ma ciò non è più il caso dopo un quadriennio da presidente con tutte le intemperanze caratteriali, gli atteggiamenti umorali, le fantasie, la discutibile gestione COVID, pur non dimenticando i risultati positivi della sua politica, che sarebbe da sciocchi negare. La campagna durata l’intero quadriennio e condotta dai più importanti canali mediatici non ha avuto l’esito sperato e si è rivelata errata.

Una parte dell’America si sente a disagio perché esclusa dal mondo del potere dei tecnocrati, degli esperti, si sente oppressa dalla “tirannia del merito”, vedi il recentissimo libro, anche se non condivisibile in tutte le conclusioni, di Michael Sandel (The Tyranny of Merit). Quest’altra America ha trovato un discutibile istrionesco demagogo che ne ha assunto nel proprio interesse la rappresentanza. Troppo facile se la soluzione potesse risiedere nella sola sua demonizzazione dimenticando i problemi di fondo.
Perdenti in modo umiliante i sondaggisti e in più per la seconda volta. O sono inadatti al loro mestiere, o non conoscono sufficientemente gli States o forse più probabilmente sono parte integrante di quell’establishment che non accetta la sconfitta del 2016 e hanno confuso i desideri con la serietà dei pronostici.

Perdente, riguardo alle speranze, il Partito democratico. Puntava alla maggioranza nelle due Camere. Si ritrova con meno deputati alla Camera dei rappresentanti (ma sempre in maggioranza) e prevedibilmente in minoranza al Senato. In caso di conferma di tale quadro ancora più perdente la sinistra dei democratici che aveva condizionato il suo appoggio al candidato dell’establishment con impegni programmatici pesanti. La situazione parlamentare darebbe una facile scusa al presidente Biden (che probabilmente non ne sarebbe dispiaciuto) di sottrarsi agli impegni assunti in considerazione della mancata maggioranza.

In un Congresso quale quello che si sta delineando sarà utile la decennale dimestichezza di Biden con le stanze del potere ed i corridoi per accedervi. Ha l’esperienza per come trattare con il coriaceo coetaneo Mitch McConnell, capo dei repubblicani al Senato, l’avversario, a suo tempo, più temuto dal presidente Obama.

Unica soddisfatta la Borsa, i corsi sono inizialmente aumentati visto che il risultato elettorale risicato permette di prevedere che non ci sarà il paventato aumento pesante delle tasse, vi saranno politiche di spesa meno inflazionistiche (i repubblicani quando non sono al governo si ricordano dei loro principi), e perdono peso le tentazioni politiche di possibili nazionalizzazioni.

Tra i perdenti rischia di esserci la Svizzera. Il direttore della Camera di Commercio Svizzera-USA ritiene improbabile che con l’amministrazione Biden si possa concludere un accordo commerciale con gli USA, già ben avviato con la precedente Amministrazione. Infine, come perdenti ci sono molti cittadini di altri Stati, dato che un’America divisa, lacerata, con una classe dirigente e ceti intellettuali incapaci di comprendere e gestire tali realtà, resta chiaramente indebolita nell’assumere il suo ruolo nel mondo.

Tito Tettamanti

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