Quale sarà la politica estera del presidente Joe Biden? Le ipotesi di Vittorio Volpi

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Le beghe fra il Presidente uscente e l’eletto sembrano terminare e sembra ormai certo che sia cosa fatta per il democratico Biden.

Ho chiesto a tanti amici americani cosa ne pensano ricevendo in genere come risposta che è “un uomo pacifico, non narciso e che sarà un buon padre di famiglia”: più un nonno, vista l’età, che un papà….

Essendo un politico di lunghissimo corso ci si domanda come si muoverà sui grandi temi sul tavolo rispetto a Trump e soprattutto chi sceglierà per far parte del suo governo che alla fine è quello che conta nella politica americana.

Va ricordato che un presidente come Reagan, non certamente un mostro di intelletto, fu un presidente di valore perché si circondò di Ministri validi che diedero il colpo finale per l’implosione dell’Unione Sovietica togliendoci di mezzo un incubo e rendendo libere nazioni che oggi possono vivere in democrazia.

Sarà quindi interessante osservare e valutare gli uomini che si porterà a bordo per perseguire gli obiettivi che sembrerebbe proporsi, soprattutto in politica internazionale. La candidatura per il Tesoro della ex presidente della Federal Reserve Janet Yellen è già una scelta eccellente. Porterà la sua esperienza al governo, non una cosa da poco.

Inoltre, secondo il New York Times, il prescelto come Segretario di Stato, di fatto il Ministro degli Esteri nella nomenclatura statunitense, dovrebbe essere Antony Blinken, 58 anni. Proviene da una famiglia di élite; figlio di diplomatici con eccelllenti studi (Harvard e Columbia) è entrato nel Dipartimento di Stato nel 1993 lavorando agli Affari Europei.

Blinken è il principale consigliere di Biden dal 2000, ruolo che ha svolto negli ultimi venti anni. Uomo di fiducia dunque. Facile capire da come pensa Blinken, ciò che condivide anche Biden: tradizione democratica, multilaterismo (esattamente l’opposto di Trump), vicinanza all’Europa, tra l’altro ha anche studiato a Parigi.

Buona notizia per noi europei la disponibilità ad una collaborazione con gli alleati (buona notizia anche per il Giappone e Corea del Sud) ed inclinazione all’interventismo nelle aree di crisi, sono il corollario dei suoi orientamenti.

Inevitabili nella coppia Blinken/ Biden le ideologie americane, bei proclami anche se poi in pratica fanno spesso il contrario di quello che dicono: sostegno delle democrazie? “primavere arabe”, Egitto e Libia (mamma mia…).

Non solo per l’ideologia democratica, ma anche per fare il contrario di Trump ci si aspetta da Blinken/Biden una marcia indietro sugli accordi ripudiati dal tycoon repubblicano e cioè il protocollo di Parigi sui cambiamenti climatici ed anche una ripresa dell’accordo sul nucleare con l’Iran.

Sul primo accordo tutto è possibile, sul secondo – Iran – sarà un dossier complesso da riaprire. I rapporti con Teheran nel frattempo si sono inaspriti e ci sono altri avversari politici potenti (Cina-Russia) che si muovono con dinamismo.

Il vero rebus però della politica estera di Biden è come si comporterà con la Cina. Personalmente penso Trump abbia fatto cose importanti con “ l’impero celeste”, ma nel modo sbagliato. Era giusto sollevare il problema Cina e non solo per il commercio, ma non puntando sulle tariffe.

Vero che il surplus commerciale cinese sia inaccettabile, ma non lo si risolve con le tariffe che rendono ancora più cari i prodotti cinesi dagli importatori americani. Peraltro anche perché spesso riguardano manufatti che in America non si producono più e dove non esiste più nemmeno il know-how di produzione.

La UE ha ben sottolineato che la Cina è un “avversario sistemico”, cioè è un avversario che va affrontato da UE ed Usa insieme per discutere di “plain field” , ovvero di giocare ad armi pari imponendo sistemi uguali per tutti. Ad esempio mentre in Europa ci facciamo la guerra per gli aiuti di Stato, in Cina operano molte aziende “di Stato” che fanno esattamente il contrario.

Per non parlare di cessioni obbligatorie di know-how per imprese straniere che vogliono operare in Cina.

Biden sosterrebbe che “bisogna obbligare la Cina a rispettare le regole”, ma per ora non dice quali. In modo generico si riferisce “agli standard internazionali del commercio, la moneta, i diritti intellettuali”.

Non è comunque a favore dei dazi, fini a se stessi o per scontri frontali. Sembrerebbe per ora sulla carta, un orientamento migliore di quello ispido e frontale di Trump che comunque ha aperto gli occhi agli americani, e non solo, di negoziare e stabilire regole chiare per convivere con la Cina nel mondo.

Non va dimenticato quanto ha sottolineato di recente Henry Kissinger, dall’alto della sua esperienza, che non si deve esasperare il confronto USA-Cina perché potrebbe condurci ad uno scontro tragico per l’umanità.

Vittorio Volpi