Un anno nuovo per la storia dell’arte? – di Cristina T. Chiochia

L’anno appena concluso è stato un anno difficilissimo, sicuramente ha lasciato un segno nella storia dell’umanità e nei suoi segni e simboli più profondi di cui l’arte è sicuramente espressione più nobile ed antica di cultura umana.

a storia dell’arte, come cultura umana, è sempre stata al passo con la storia, tanto che il compito dello storico dell’arte ha sempre rappresentato una sfida per identificare una “visione” per creare “giacimenti di memoria sociale” ovvero, i musei, i nuovi luoghi “necessari” della storia culturale umana: egli agisce, condiziona e fa germinare quel “meglio se…” che propone l’utilità quotidiana della storia dell’arte come testimonianza della realta’, proiettandola nel futuro.

Cosa quanto mai vera in questo momento storico, dove Il passaggio al digitale, necessario e “conditio sine qua non” in tempi di lockdown, che ha chiuso musei, teatri e luoghi di cultura, ha un nuovo sapore del concetto del “condiviso” ed ha costretto ad una rivoluzione copernicana in questo settore. Ma nel mondo che attende l’umanità l’arte serve a qualcosa? Il nuovo anno, appena iniziato, sarà un nuovo anno o un anno nuovo per la cultura e l’arte?

Nella vicina Italia, è stato pubblicato recentemente un libro che tratta proprio di questo, partendo dall’esperienza di un lavoro nel campo dell’arte e della cultura, tema affrontato partendo da indicatori, dimensioni e “desiderata” da Luca Nannipieri nel “A cosa serve la storia dell’arte”, edito da Skira. La storia dell’arte quindi come bisogno. Uno studo specifico , come recita il comunicato stampa “su singoli artisti, movimenti, stili, secoli, geografie, tendenze, ma anche di libri che meditino sulle fondamenta, sulle questioni fondative, sulle domande prime: a cosa serve la storia dell’arte? Qual è il compito dello storico dell’arte? Perché si conservano i manufatti e le opere? Che cosa muove le comunità e i popoli quando preservano o distruggono i simboli e le testimonianze ricevuti dal passato?

Nel libro, approfondendo il rapporto tra patrimonio storico artistico, persona e comunità, Luca Nannipieri riflette sulla responsabilità sociale dello storico e del critico d’arte, mettendo a confronto il suo pensiero non solo con i fondatori o punti di riferimento della disciplina, da Johann Joachim Winckelmann a Arnold Hauser, da Alois Riegl a Erwin Panofsky, da Max Dvor˘ák a Bernard Berenson e Heinrich Wölfflin, ma anche con i direttori storici di alcuni dei più autorevoli musei italiani ed europei, come Palma Bucarelli, Franco Russoli, Ettore Modigliani, Fernanda Wittgens, e con figure, come il soprintendente Pasquale Rotondi, che sono rimaste nella storia per i capolavori che hanno salvato dalle distruzioni e dalle guerre”.

Un libro quindi interessante che mette, forse, a nudo il problema che la cultura post-pandemia dovrà, necessariamente affrontare: cosa sarà utile e cosa inutile “salvare” per un rapporto tra patrimonio storico ed artistico e persona e comunità del tutto inedito e nuovo?

L’autore, che è partito spesso dal tuo essere italiano e dal suo amore per questa nazione (si ricordi la sua rubrica televisiva tenuta al caffe’ di RaiUno e la rubrica SOS Patrimonio Artistico oltre che il libro, pubblicato da RAI Eri “Bellissima Italia. Splendori e miserie del patrimonio artstico nazionale”) ora affronta il tema dell’utilita’ dell’arte in modo schietto ed onesto partendo dall’idea di “comunità” che c’è, esiste e sono necessarie.

Un nuovo anno, un anno nuovo per la storia dell’arte? Chissà. Ma come questo autore ha scritto nel libro: “[…]Queste comunità esistono, e con loro esistono le più diverse visioni del futuro, della memoria, dell’identità, del territorio, che hanno tutta la libertà di esserci, imporsi, nascere e perire. Ogni cultura – che nelle comunità si testimonia – ha possibilità non solo di esistere, ma di valere, di pesare, di trovare credito e futuro, a seconda di quanto riesca a convincere, a entrare con persuasione nella mente e nelle usanze delle persone”. Ed è forse questa, in tempo di lockdown è davvero l’unica chiave di lettura possibile ed accesso, digitale o reale che sia, al patrimonio di una nazione, per far sì che la cultura e l’arte, qualsiasi essa sia, continui ad essere l’interruttore della luce della storia e l’elettricita’ della memoria umana.

Cristina T. Chiochia