Da domenica 21 agosto si assiste al crollo del regime libico ma non ancora alla fine di Muammar Gheddafi. Oggi il colonnello si nasconde chissà dove (le ultime notizie lo danno a Sirte, protetto dai suoi fedelissimi), colpito da un mandato di cattura per crimini contro l’umanità dal Tribunale penale internazionale dell’Aja.
Solo quando sarà catturato, morto o spedito in esilio, il CNT, il Consiglio di transizione nazionale – che oggi già agisce in veste di guida ufficiale del paese – potrà davvero pensare alla transizione dei poteri. Tutto quanto viene fatto prima di quel momento avrà basi fragili.

Malgrado i suoi rappresentanti siano stati ricevuti dai capi di governo e di Stato di Italia e Francia e abbiano ricevuto promesse di sbloccare i milioni depositati nelle banche dal clan Gheddafi, gli interrogativi non mancano riguardo alla capacità del CNT di eseguire una gestione efficace, di essere un attore legittimo e un garante credibile della transizione.
Da chi è composto questo consiglio? Da personaggi che arrivano dal regime di Gheddafi, che ne sono usciti per disaccordo o per interesse, ne fanno parte anche estremisti islamici, personaggi che erano in esilio e che ora tornano nella Libia “liberata”.
A capo di questo assembramento sta Moustapha Abdeljalil, ex ministro libico della Giustizia, messo alla guida del CNT da membri dell’opposizione che vivono all’estero. Non ha dunque il sicuro appoggio dei ribelli che hanno combattuto sino a Tripoli.
Sul piano militare il CNT si appoggia alle brigate autonome e legate agli islamisti. In tutto il territorio, personalità locali hanno assunto una legittimità militare e lo statuto di capo in battaglia, rivendicano un peso politico e già si lamentano di essere mal rappresentati in seno al CNT.
Ognuno vuole la sua parte di potere e questo è comprensibile: in Libia manca una cultura politica e non c’è uno Stato centrale. Gheddafi aveva creato un sistema di poteri assegnati alle comunità locali e alle tribù. Difficilmente questo potere sparso nel territorio accetterà di essere affidato ad una singola istituzione governativa come intende essere il CNT.

Le fratture interne a questo Consiglio di transizione si sono aggravate con l’assassinio del generale Abdel Fatah Younes, capo dei ribelli ed ex braccio destro di Gheddafi. Si sospettava facesse il doppio gioco e per questo l’avrebbero ammazzato.
Dopo la sua morte, 14 membri del CNT sono stati allontanati. Il Consiglio si ritrova oggi con una struttura fragile e molti dubbi sussistono sulla sua legittimità in questa rivoluzione. Non vi è un solo elemento che assicuri che quando il problema Gheddafi sarà risolto, i ribelli accettino la sua autorità e depongano le armi.
Ancora una volta l’esempio libico mostra che quando la conquista del potere si fa attraverso le armi, la legittimità militare entra in conflitto con la legittimità democratica.