Oggi l’ospite di Ticinolive è Giacomo Garzoli, classe 1975, avvocato, liberale-radicale, candidato lo scorso aprile per il Consiglio di Stato e il Gran Consiglio.
Un’intervista nella quale Garzoli si esprime su diversi temi, da quelli politici a quelli partitici, soffermandosi anche sull’attuale situazione del nostro cantone e sulle condizioni necessarie per avere un ticinese nel governo federale
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Ticinolive: Giacomo Garzoli, un politico giovane con stile e con visioni chiare e mature. Cosa fa in Gran Consiglio, nel quale è stato rieletto in primavera, per concretizzare i suoi ideali politici?
Giacomo Garzoli: Cerco di avere un atteggiamento diverso da quello generalmente indotto sia dai media sia dalla società in genere rispetto alla politica.
In Parlamento scorrono giorno dopo giorno temi e problemi di grande interesse per il nostro paese per la vita di tutti noi. Un preventivo, ad esempio, è ben più di un groviglio di cifre riconducibili a spese pubbliche apparentemente incontrollabili. Esso rappresenta una linea da seguire per il futuro, da tratteggiare condividendo determinati valori e aspirazioni concrete, possibilmente guardando lontano.
La discussione sul preventivo dovrebbe diventare il luogo in cui tutte le singole tematiche comprese quelle energetiche e pianificatorie che più mi occupano da vicino) si confrontano con l’insieme dell’attività dello Stato rispetto alle necessità della società e dei suoi cittadini, per garantire a tutti una vita dignitosa fondata sulle pari opportunità di partenza in un contesto economico all’avanguardia. Questo è lo spirito corretto che bisognerebbe recuperare in politica, che ti spinge poi ad agire anche a livello locale per la comunità che rappresenti.
Nel mio caso dedico molto tempo alla mia valle (la Valle Maggia, ndr), cercando di adattare al meglio le sue esigenze con i dettami della nuova politica regionale, nel tentativo di fecondare anche le comunità più periferiche con un rinnovato dinamismo nel segno di una crescita e di uno sviluppo equamente distribuiti su tutto il territorio del nostro Cantone.
Dietro a tutto ciò vi è studio di documenti, partecipazione a riunioni, consenso da costruire, decisioni da prendere e da difendere, e partecipazione alla costruzione di nuove soluzioni.

TL: La sua è una voce di vero liberale, non una di quelle che si azzuffano per le pretestuose differenze tra la “R” e la “L” di PLRT.
GG: Per me però non è tanto pretestuosa la differenza tra quella “R” e quella “L”. In realtà dovremmo riflettere di più su questa differenza. È proprio lì dentro che troveremmo uno spazio, o una tensione, che ci permetterebbe di definire, o ridefinire, un ruolo per il nostro partito, anche a livello ideologico. Certo il significato di entrambi questi aggettivi si è evoluto nel tempo. Dobbiamo riscoprire il valore di questi termini, di questi modi di essere, concentrandoci sugli aspetti più dignitosi di entrambi.
Quando lo avremo fatto, ovvero quando dalla superficie variegata del loro significato avremo scartato determinati sottoprodotti ideologici che tanta superficialità ha contribuito a creare in questi ultimi decenni, allora la tensione tra queste due visioni del mondo potrà tornare a manifestarsi positivamente, ne sono sicuro, a vantaggio di tutto il paese: e l’armonia tra due note diverse crea una musica sola.

TL: Il PLRT è ancora difendibile oppure ha perso il contatto con la base? Cosa pensa della nomina un po’ in sordina di Gabriele Gendotti?
GG: Il metodo liberale si traduce in un pensiero e in una prassi politica dalle potenzialità straordinarie. Alcuni esponenti del PLRT hanno perso fiducia rispetto a questo metodo, influenzati dalla perdita di fiducia della società rispetto all’intero sistema politico e a determinate promesse mai mantenute.
Nuove sacche di povertà, eccessi burocratici, iter decisionali sfiancanti, concentrazione della ricchezza, eccessivo divario tra finanza ed economia reale: sono queste alcune delle cause di questa sfiducia, che hanno contribuito ad incrinare pericolosamente il rapporto tra individuo e cosa pubblica. Così in nome di una contestazione a tutto campo e a “tout prix”, arrischiamo di travolgere quelle garanzie, pubbliche e private, che di fatto permettono la convivenza civile come riflesso di valori quali la fratellanza, la libertà e le pari opportunità, ma anche la meritocrazia.
Il PLRT non è solo difendibile, ma sono convinto sia ancora indispensabile, alla condizione però che torni ad ispirarsi al proprio metodo tradizionale.
La nomina di Gendotti non è avvenuta in sordina: chi ancora condivide il metodo liberale si è espresso in merito, ha votato, e il risultato è stato chiaro!

TL: Come vede il Ticino di fronte al marcato rischio di recessione? La politica sta agendo per prevenire problemi e salvaguardare lo standard di vita? C’è una strategia, una visione nel medio e lungo termine?
GG: Il substrato economico del nostro Cantone, malgrado appelli sofferti, lamenti e grida rabbiose, è sostanzialmente dinamico e creativo. Le finanze pubbliche, malgrado il disavanzo di quest’anno, sono pure sostanzialmente sane (con un debito pubblico basso).
In queste condizioni la politica ha il compito di agevolare l’economia creando condizioni quadro di stabilità e di sicurezza (giuridica, economica e sociale). Occorrerebbe un patto di legislatura attorno ad alcuni temi fondamentali (sgravi fiscali mirati, risparmi sulla spesa pubblica, linee direttive condivise). Ma alcune forze rendono per ora questo obiettivo un chimera.
Da lì bisognerebbe partire per costruire una vera strategia, una visione a lungo termine su aspetti come ad esempio quelli energetici (risparmio energetico, energie rinnovabili, sicurezza dell’approvvigionamento, energia a basso costo), o nell’ambito della viabilità (potenziamento del trasporto pubblico, raddoppio del Gottardo).
Occorrono però più soluzioni condivise, e non muri domenicali ormai invalicabili persino da coloro che li erigono!

TL: In tema aggregazione, il Locarnese e il Bellinzonese sono fermi. Questo pesa sull’economia del Cantone? Come valuta la recente iniziativa di Giorgio Ghiringhelli di porre una base legale per giungere a queste due aggregazioni?
GG: Forse peserebbero ancora di più aggregazioni mal fatte, soprattutto di quelle dimensioni. Per troppi anni abbiamo creduto in una politica aggregativa come panacea di tutti i mali. Non è così, malgrado tutto l’impegno che possiamo metterci.
L’iniziativa di Ghiringhelli è una forzatura che non condivido. Vi sono, è vero, opposizioni assurde ai processi aggregativi, ma ve ne sono anche di più ragionate. Occorre semmai ripartire da queste ultime, e tornare, anche in questo caso, a fare politica, cercando di convincere con proposte, soluzioni e argomentazioni valide.
Un processo aggregativo non può limitarsi alla semplice fusione di aspetti amministrativi o istituzionali, ma deve essere un vero e proprio progetto.

TL: Sogni di politica nel cassetto?
GG: I sogni sono semmai traguardi e risultati concreti da raggiungere per la comunità che rappresento.
Poi ho un grande desiderio, che spero sempre più persone vogliano condividere. Spero davvero che la politica torni ad occupare il proprio spazio, purtroppo progressivamente conquistato da modalità comportamentali che non danno più alcun contributo alla soluzione dei problemi. Contestazioni inizialmente anche giustificate, si sono via via trasformate in arroganza accecante, in denigrazione gratuita quando non calcolata per acquistare potere, in una generale mancanza di rispetto che non può portare a nulla di buono. Tutto ciò lo si fa in nome del popolo, pretendendo di esserne i più vicini e fedeli portavoce.
Per questo oggi fare politica costa fatica. Occorre però persistere con un atteggiamento di serietà, trasparenza e altruismo, per diffondere di nuovo quella che è la linfa vitale di ogni collettività: la fiducia!

TL: Il nuovo Consiglio federale saprà guidare il paese indenne attraverso un futuro di sfide economiche e sociali?
GG: Credo di sì. Ritengo che la nuova compagine sia sufficientemente coesa per decidere sulle necessità del paese. Un ritorno al centro della politica elvetica è beneaugurante e salutare: facilita il dialogo e il metodo del compromesso, assai bistrattato di recente, ma pur sempre foriero delle soluzioni più efficaci e condivise.

TL: Cosa pensa dell’elezione del Consiglio federale da parte del popolo? Di un governo composto da 9 ministri, invece degli attuali sette?
GG: Sono fermamente contrario all’elezione del Consiglio federale da parte del popolo.
Trovo che la Svizzera sia, almeno in parte, al riparo da una eccessiva personalizzazione della politica e che questo sia un vantaggio. L’Assemblea federale è eletta dal popolo, è sovrana, e ritengo opportuno che il Governo continui ad essere espressione delle sue alchimie, dentro cui si condensano gli obiettivi e gli interessi del nostro paese.
Se l’aumento del numero dei ministri al Consiglio federale corrisponde ad una necessità organizzativa impellente allora se ne può parlare. Ma sono già da questo punto di vista scettico.
Non credo invece che una tale proposta sia da sostenere per il fatto che aumenti le chances del Ticino di essere rappresentato in Governo. Una tale rappresentanza va conquistata con personalità di spicco, con una maggiore coesione cantonale, e, soprattutto, con la capacità di diventare interlocutori seri ed affidabili nei confronti del resto della Svizzera.
Quando il Ticino disporrà di condizioni e personalità simili, avrà un suo rappresentante in Consiglio Federale, e quella rappresentanza potrà certo essergli di grosso aiuto.

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