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Il Consiglio di Stato ha recentemente deciso di realizzare un Centro educativo per l’adolescenza (CEA): la struttura dovrebbe accogliere adolescenti (12-18 anni) con problemi di violenza e integrazione nella società civile.

Si tratterà di una struttura chiusa e che dovrebbe ospitare fino a 10 ragazzi. Pur essendo ancora nella sua fase embrionale, il progetto mi sembra avere alcuni lati oscuri che vorrei chiarificare, in particolare riguardo alla sua tipologia e al pericolo che si crei un doppione, con il rischio di uno spreco di denaro per una struttura che si rivelerebbe inutile e oltretutto ridondante nei suoi scopi e nel suo operare.

In particolare a preoccupare è il fatto che sembra che il CEA sia orientato a non occuparsi di giovani che devono scontare una pena e neppure preveda la presa di carico di individui con una malattia psichiatrica. Le perplessità sono generate dall’approccio legato al CEA, che sembra concepito sotto il mero punto di vista della sicurezza sociale senza tenere in considerazione gli aspetti peculiari che li investono e che fanno riferimento al loro disagio psicologico, relazionale e sociale.
L’evidenza e la logica ci conferma che i giovani in questione, unitamente alla palese manifestazione del loro disagio sociale che si estrinseca nella violenza e nel disadattamento sociale, soffrono di una problematica di tipo psicologico, psico-sociale, psico-educativo e/o psicopatologico e che in quanto tali richiedano una presa a carico di tipo specialistico (psichiatrico, psicologico e psicoterapico). Quest’aspetto, in realtà spesso negletto, dovrebbe invece essere alla base della di qualsiasi approccio al problema della violenza e del disagio dei nostri giovani.

Alla luce di ciò pongo al Lodevole Consiglio di Stato i seguenti quesiti:

1. In una struttura come quella in oggetto, a doppia vocazione repressiva ed educativa, sembra essere negletto per non dire trascurato o eluso l’aspetto psicoterapeutico. Si è tenuto conto che spesso questi ragazzi abbisognano anche e soprattutto di un tale approccio, sin da subito?
2. Nel nuovo CEA si ipotizza la collaborazione con altre strutture per il disagio giovanile, non ancora pronte, ma che potrebbero sorgere presso l’Istituto del Canisio di Riva San Vitale. Si tratterebbe anche qui di veder nascere un centro socioterapeutico. Non si corre il pericolo della creazione di un doppione? Quali saranno i criteri che permetteranno di stabilire quali individui saranno assegnati al primo e quali al secondo Istituto?
3. Alla luce di quanto sopra (domanda 2.), quali sono le basi scientifiche, cliniche e di supervisione
supportanti il tutto?
4. Che ne sarà dei giovani adulti (18-22 anni) che hanno lo stesso tipo di problemi? Dove e come
verranno trattati? Vi sarà un rapporto di collaborazione con le due nuove strutture previste?
Verranno inseriti gradualmente in una struttura per la gestione di casi complessi ai sensi della
Legge sull’integrazione sociale e professionale degli invalidi?
5. Visto che i futuri ospiti del CEA soffrono di patologie di tipo psicologico/psichiatrico i costi per le loro cure non dovrebbero ricadere nel settore degli assicuratori malattia (LAMAL)? È previsto, in assenza di quest’ultimo presupposto, un aiuto della Confederazione nella creazione del nuovo CEA?

Per il Gruppo UDC in Parlamento
Dr. med. Orlando Del Don