In Spagna le comunità autonome reclamano a loro volta un salvataggio da parte del governo, dopo quello del disastrato settore bancario.
I piani di rigore imposti dal primo ministro Mariano Rajoy hanno portato il paese in una fase di recessione, rendendo ancor più difficile il raggiungimento degli obiettivi di bilancio
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Il meccanismo europeo di solidarietà (MES), successore del Fondo europeo di stabilità finanziaria, non avrà il benestare della Germania prima del 12 settembre, perchè la Corte costituzionale di Karlsruhe ha rinviato il suo parere, necessario alla ratifica.
Lo scudo “anti-spread” (meccanismo che permette al MES di riacquistare i titoli del debito degli Stati in difficoltà) voluto dal premier italiano Mario Monti e adottato dal Consiglio europeo a giugno viene messo in questione dai paesi del club AAA.

Tutte queste cattive notizie e l’impressione che i leader europei non saranno capaci di far uscire l’UE dalla crisi a causa delle loro divergenze, spingono gli investitori a liberarsi delle obbligazioni degli Stati, Spagna e Italia in primis, vittime dell’effetto contagio.
Il fatto che l’Italia sia vicina al deficit zero e che la Spagna abbia adottato riforme drastiche non cambia nulla alle loro percezioni.

Anche se spagnoli e italiani sentono gli effetti dell’austerità, anche se sono vittime di un impoverimento generalizzato, niente modificherà la diffidenza dei mercati, coscienti dell’ingranaggio infernale nel quale i paesi sono intrappolati.
Dall’agosto 2011 e dai primi attacchi speculativi contro questi due paesi, centinaia di miliardi di euro di aumenti d’imposta e di riduzione della spesa pubblica sono stati votati, quasi inutilmente.
Eppure, in questo quadro tetro le possibilità che l’euro sparisca, malgrado gli editoriali quotidiani che vanno in questo senso nella stampa anglosassone, sono inesistenti.
Il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha ricordato che il mandato dell’istituto prevede la protezione dell’euro e la garanzia della stabilità finanziaria.
Se i trattati europei impediscono alla BCE di riacquistare i debiti sovrani sul mercato primario, la BCE ha già dato prova della sua interpretazione elastica delle norme in caso d’urgenza intervenendo sul mercato secondario.
Sicuramente aggirerà l’ostacolo, invocando la minaccia che la divergenza tra i tassi d’interesse richiesti dai mercati agli Stati della Zona euro rappresenta per la trasmissione della politica comunitaria.
Lo statuto della BCE non prevede che lasci colare a picco l’euro rimanendo immobile. Dopo questo suo intervento, gli Stati dovrebbero procedere al rafforzamento dell’unione politica, finanziaria e di bilancio e dovrebbero rimettere la legittimità democratica al centro del progetto europeo.

In effetti, anche se il rischio della scomparsa dell’euro a causa della diffidenza dei mercati sia vicino allo zero, pericoli più gravi minacciano la Zona euro e il processo di costruzione europeo, a partire dalla diffidenza dei cittadini verso il progetto d’integrazione continentale.
A titolo di esempio, i partiti che sostengono il governo Monti in Italia, che alle ultime elezioni hanno raccolto l’85% dei voti, hanno sostenuto le riforme necessarie per permettere al paese di tornare competitivo e di risanare i suoi conti.
Ora questi stessi partiti raccolgono solo il 55% dei suffragi nei sondaggi d’opinione e Silvio Berlusconi afferma che si candiderà alle elezioni del 2013, con il rischio di una deriva populista del suo partito.
In questo contesto, in Italia si apre uno scenario politico alla greca, con il confronto tra i pro e gli anti-euro che rischia di dominare la campagna elettorale e di sostituire il tradizionale sinistra contro destra.
E’ noto il successo del movimento anti europeo “5 stelle”, che preconizza un default controllato e l’uscita dell’Italia dall’euro.
A questo punto la battaglia dell’euro diventerà una battaglia politica e verrà giocata a Roma.

Le rispettive esigenze delle opinioni pubbliche europee mette in pericolo il proseguimento dell’avventura europea. Mentre la diffidentra tra gli europei continua ad aumentare, la vera sfida europea è politica e non economica.
Senza rapidi progressi che diano ossigeno ai cittadini soffocati dalla recessione, la crescita della disoccupazione, la marginalizzazione politica e economica del continente sulla scena mondiale metteranno Francia e Germania a far di conto con paesi europei in preda a pulsioni populiste che metteranno in pericolo l’avventura europea”.

(Fonte : Le Monde.fr)