Austerità – La controversia attorno al lavoro degli economisti americani Rogoff e Rheinhardt (vedi correlati) che stabilisce un nesso fra il livello dell’indebitamento pubblico e la crescita, costituisce l’ultimo episodio della crociata che chiede un cambiamento di rotta nella Zona euro.

In questo modo, chi chiede una maggiore crescita, maggiore solidarietà e minore austerità pensa di aver trovato un supporto “accademico” irrefutabile per giustificare le proprie tesi.

Ora, una simile lettura accorda al lavoro di Rogoff e Rheinhardt un’importanza esagerata. Se è corretto dubitare della validità scientifica di qualsiasi formula o valore matematico che pretende di guidare il comportamento dell’economia, la stessa circospezione deve prevalere nel convalidare la tesi contraria, ossia che il livello di indebitamento non influisce sulla crescita.

Mentre politici e accademici polemizzano su queste tematiche, i mercati si preoccuperanno di rimettere in riga chi vorrà imporre le proprie ideologie verso e contro tutti.
In effetti, è sbagliato e intellettualmente disonesto confrontare la relazione crescita/debito di paesi che hanno storicamente mantenuto la loro sovranità monetaria con quella dei paesi dell’UEM (Unione economica e monetaria) che invece l’hanno persa.
Ad esempio, l’accesso ai mercati, che è una delle chiavi della crescita, è maggiormente circoscritta in seno a una UEM privata di meccanismi di trasferimenti automatici.

E’ incontestabile che l’UE/UEM non ha un’architettura istituzionale adeguata e nemmeno strumenti capaci di condurre una politica economica che influenzi la crescita in modo significativo.
In questo contesto il dibattito sul livello del debito è marginale e distoglie l’attenzione dalle priorità.
L’UE/UEM dispone solo di derisorie risorse proprie e per quanto riguarda i mezzi d’intervento deve appoggiarsi a una struttura basata interamente sul buon volere degli Stati membri.
Fino a quando non si sarà rimediato a questa situazione, i richiami a un cambiamento di rotta della politica europea saranno ipocriti e l’Europa servirà da capro espiatorio ideale per giustificare presso l’opinione pubblica le insufficienza dei governi nazionali.

Solo un significativo bilancio autonomo dell’UE/UEM, finanziato tramite risorse proprie, può sostenere l’attuazione di una politica economica europea che non tenga conto di concetti quali “il giusto ritorno” a profitto dell’interesse generale.
Dotata di una significativa autonomia finanziaria, l’UE/UEM potrebbe sopportare il carico di un debito mutualizzato, aumentando le proprie risorse.
In parallelo, la Banca centrale europea potrebbe finalmente giocare il suo ruolo di banca centrale. Potrebbe operare in interfaccia con l’UE/UEM (e non con i paesi membri) come la Federal Reserve negli Stati Uniti e come sono in diversi a chiedere.
Senza intralciare la sua indipendenza, la sua legittimità democratica potrebbe essere assicurata attraverso una responsabilizzazione di fronte agli organi appropriati dell’UE.

Attuare queste riforme richiede una profonda revisione dei Trattati, il che prenderà tempo. E’ comunque essenziale che un accordo politico intervenga rapidamente per definire gli obiettivi e le tappe della loro messa in opera.
Su richiesta del Consiglio europeo, il presidente Van Rompuy presenterà un piano simile il prossimo giugno. La sua adozione deve costituire l’elemento decisivo per fronteggiare i problemi dell’impiego, della crescita e altre sfide sociali, se non si vorrà abbandonare l’iniziativa alle forze nazionaliste e populiste.
La vittoria democratica di una sola di queste fazioni in uno Stato membro dell’Unione europea potrebbe paralizzare l’intera azione dell’UEM e annunciare la sua disintegrazione.

(Atlantico.fr)