“Millo, è un po’ di tempo che non mi mandi più niente.”

“Beh, ci sono rimasto un po’ male…”

“?!?!”

“Nel giorno stesso della repentina morte di Gianfranco ti avevo mandato un pezzo, già preparato in precedenza. Non l’hai mai pubblicato!”

(Ieri sera al Rivellino)

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L’articolo c’era, eccome. Mi era semplicemente sfuggito! E lui, sbagliando, non mi aveva sollecitato.

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Ciao De Maria!

Da qualche giorno tiro innanzi questo pezzo, che non avevo mai tempo di concludere. Ed ecco che un’ora fa leggo su Ticinolive della morte del dottor Soldati! Una grande sorpresa e un vivo dolore, soprattutto per il modo in cui è avvenuta…… Ma secondo me, queste riflessioni può valer la pena di pubblicarle lo stesso, perché non si tratta di una “querelle” astiosa; in fondo, lo spunto della citazione iniziale di Soldati é solo un pretesto per poter svolgere un ragionamento che mi frullava in capo da parecchio tempo. Però, vedi tu: se tu ritieni inopportuno pubblicare una garbata critica a Soldati …. a morte appena avvenuta, rispetterei la tua scelta.

 

E dunque, nel trigesimo della morte – avvenuta a Pola l’8 luglio 2016, pubblichiamo. Un articolo dotto e imponente,
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US Army xQualche divagazione sulla genesi dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti d’America

Solo una piccola obiezione o chiosa (per il resto non credo di poter fargli cambiare idea) a un’affermazione contenuta nell’ultimo articolo del Dr. Gianfranco Soldati. Egli scrive: “L’esperienza insegna, da oltre 200 anni, che gli USA non demordono, costi quel che deve costare, (…..) dal loro disegno egemonico”. Soldati sembra attribuire un disegno egemonico agli USA sin dalla loro fondazione, verso la fine del ‘700, quando si resero indipendenti dalla madrepatria britannica. Obiezione: al massimo sono solo 100 anni (a contare cioè dall’intervento nella I guerra mondiale) che gli Stati Uniti d’America divennero una potenza veramente mondiale e solo da poco più di 70 anni (dalla vittoria nella II guerra mondiale) essi sono una potenza egemone.

MinottiGli USA si sono affacciati alla ribalta della politica mondiale all’inizio del  1900, con la guerra contro la Spagna che portò all’indipendenza di Cuba (un’indipendenza – lo concediamo – che copriva una sudditanza di fatto dagli USA) e delle Filippine (che divennero una specie di protettorato americano, almeno fino alla II guerra mondiale). Poi, soprattutto, fecero sentire il loro peso decisivo nella prima guerra mondiale, nella quale si lasciarono trascinare molto controvoglia nel 1917 (quindi esattamente 99 anni e qualche mese fa) al fianco dei Paesi dell’Intesa. L’intervento lo volle soprattutto – contro un’opinione maggioritariamente non interventista – il presidente Woodrow Wilson, animato da ideali di libertà e di autodeterminazione dei popoli – che poi in sede di Trattati di pace vennero però molto bistrattati, se non del tutto dimenticati, dalle Potenze che esercitarono la vittoria: in primis  la Francia, con la Gran Bretagna che comunque la lasciò fare. Gli USA, che avevano dato un contributo molto probabilmente determinante alla sconfitta della Germania, alla fase finale della conferenza della pace non parteciparono, perché nel frattempo nelle elezioni presidenziali del 1920 avevano vinto i Repubblicani, che erano stati contro l’intervento in guerra (e per questo avevano vinto le elezioni) e che quindi rifiutarono di assumersi il ruolo di “garanti della pace in Europa”. I Repubblicani sostenevano allora la cosiddetta politica “isolazionista” (ma sarebbe più corretto definirla: unilateralista), che consisteva nel rifiuto di aderire ad alleanze militari con altre Potenze, nel perseguimento di rapporti economici con tutti gli Stati,  nella preminenza data agli interessi economici degli USA rispetto ad alleanze politiche che avrebbero potuto nuocere agli stessi. In questa politica c’erano diverse istanze, che potrebbero apparire e che erano in parte  contraddittorie: da un lato c’era una sincera vena liberista-pacifista, che si richiamava agli ideali dei padri fondatori dell’Indipendenza americana, che riteneva il commercio pacifico come un progresso dell’umanità rispetto alle guerre di conquista, ed era perciò molto critica contro la politica militarista delle Potenze europee, la loro diplomazia segreta (avulsa dagli interessi dei cittadini) e il loro colonialismo; d’altro canto vi erano però degli interessi economici americani molto potenti, che portavano a giustificare in loro difesa anche interventi militari nell’immediata area di influenza degli USA: la regione del Mare dei Caraibi (che fu definito da qualcuno “il cortile di casa degli  USA”) e il Pacifico. Quest’ultima tendenza, che potrebbe essere definita “imperialismo mercantilista”, si richiamava in fondo alla cosiddetta “dottrina di Monroe” (dal nome del presidente Monroe che fu in carica attorno agli anni 1830-’40 e che coniò il famoso motto “L’America agli americani”, che significava – sottinteso – “non agli inglesi o agli spagnoli o ai francesi”). Oggi lo slogan di Monroe parrebbe essere stato aggiornato in quello di “Il mondo agli americani”, perlomeno se giudichiamo in base ai vari accordi FATCA e alla pretesa di far valere la legge americana in tutto il globo….

 Ma per far diventare gli USA una potenza mondiale tendenzialmente egemone ci volle la imperdonabile stupidità delle potenze europee, che diedero inizio alla prima guerra mondiale – che fu una guerra infraeuropea combattuta fino allo stremo alla ricerca di una vittoria che era impossibile, perché i due schieramenti contrapposti si equilibravano – che le logorò e   fece loro perdere logicamente anche la supremazia a livello mondiale. Da questa autodistruttiva guerra europea, gli Stati Uniti d’America uscirono naturalmente comparativamente rafforzati, tantopiù che solo il loro intervento a favore degli anglofrancesi permise a quest’ultimi di vincere fortunosamente la guerra, facendo collassare per primi gli Imperi centrali. La potenza americana (parallelamente a quella dell’Unione sovietica) si rafforzò poi in modo incomparabile con la seconda guerra mondiale, che ridusse definitivamente Gran Bretagna e Francia a potenze ormai di second’ordine, che solo con l’appoggio americano potevano ambire a contare ancora qualcosa nella politica mondiale (a questo proposito emblematica fu la crisi  di Suez nel 1956, quando gli USA costrinsero la spedizione anglofrancese  sul canale di Suez a un penoso dietrofront….).

Seconda guerra mondiale che, come sanno anche i sassi, fu in un certo senso una continuazione della prima, ovvero un tentativo di rivincita della Germania vinta e umiliata nel 1918. Ergo: chi oggi in Europa maledice la fastidiosa ingerenza degli USA negli affari europei e la loro egemonia mondiale, dovrebbe preliminarmente ammettere – con una diagnosi autocritica dell’origine del male – la grande sciocchezza commessa  dagli Europei nel 1914! Da tutte le potenze europee nel loro insieme. Ma soprattutto da parte degli inglesi, che in un certo senso si suicidarono per paura di dover eventualmente in futuro dover spartire il loro predominio con i tedeschi; cioè scelsero la decadenza immediata per parare a una possibile lenta decadenza futura. Questa è la tesi dello storico Niall Ferguson, che condivido totalmente. Gli Inglesi, che fino al 1914 dominavano il mondo, dal 1918 iniziarono a percorrere una progressiva decadenza……

Ma anche la Germania e l’Austria-Ungheria (per non parlare della Russia zarista) non agirono certo con maggiore intelligenza: l’Austria-Ungheria firmò la propria condanna a morte come Stato e come potenza europea; la Russia, paese ancora arretrato, fu sconvolto dalla Rivoluzione bolscevica e pagò (tra: prima guerra, rivoluzione / guerra civile, seconda guerra mondiale) un immane tributo di sangue e si potrebbe anche affermare che la Rivoluzione russa – analogamente alla Rivoluzione francese del 1789 – rallentò il progresso del paese anziché favorirlo.

La Germania, che era già nel 1914 la prima potenza economica del Continente e seconda solo (grazie all’ Empire) alla Gran Bretagna, con una gestione politica incauta mise a repentaglio una supremazia continentale che di fatto già esercitava per rincorrere primati militaristi; insomma per il fastidio di essere solo seconda, si fece annichilire, diventando poi nel II dopoguerra un paese a “sovranità limitata” per 50 anni.

La Francia infine, il paese che a mio parere ha le maggiori responsabilità nello scoppio della prima guerra mondiale (fatta eccezione della Serbia….che comunque era sua cliente), che cosa raggiunse con questa guerra? Certo: formalmente la vinse, e addirittura (complice il ritiro  americano dalla conferenza della pace) parve diventare per un breve periodo la Potenza egemone d’Europa, che dettò ai vinti il trattato di Versailles e fu la garante dell’ordine uscito dalla prima guerra mondiale. Ma in quest’ultimo ruolo essa fallì, perché non fu in grado (indebolita da problemi sociali e discordie politiche al suo interno) di difendere “il quadro politico di  Versailles”: non seppe fermare il Führer quando essa avrebbe ancora avuto la forza di farlo (rimilitarizzazione della Renania da parte tedesca nel 1936; abbandono ignominioso dell’alleata Cecoslovacchia con il patto di Monaco del 1938), finendo poi nell’impotenza assoluta e nella disfatta schiacciante del 1940. Ma anche ammettendo che essa avesse gestito meglio la propria politica negli anni ’30 (personalmente non credo al determinismo assoluto come concatenazione obbligatoria degli eventi storici!), se pensiamo a quanto gli era costata la prima guerra mondiale c’è da  rabbrividire!

All’inizio degli anni ’70 accompagnai il mio povero papà in un viaggio in Bretagna, per vedere il paese donde era originaria mia nonna Joséphine e far visita ai parenti di lei (da poco ritrovati dopo decenni nei quali a causa della guerra e del suo trasferimento in Ticino ella aveva perso ogni contatto con loro). Ebbene, la cosa che più mi impressionò in quel viaggio – e che da allora periodicamente mi torna alla mente e mi fa riflettere – fu la visita dei cimiteri. In ogni villaggio bretone, ma penso sia così anche in altre regioni di Francia, vi è un monumento ai caduti in guerra; anzi quattro monumenti distinti: quello dei caduti nella I guerra mondiale (e questi sono parecchie decine in ogni villaggio o cittadina); quello dei caduti nella II guerra (che sono molto meno, “grazie” paradossalmente alla veloce débâcle del 1940); poi quello dei caduti nella guerra d’Indocina; infine quello dei caduti nella guerra d’Algeria. Non mancano poi in Bretagna – tipico paese di pescatori e  marinai – i monumenti agli innumerevoli “disparus” nelle tempeste del mare (persone che partirono per procacciare alle loro famiglie il sostentamento e che non tornarono mai più lasciando quest’ultime nello scoramento), che in un certo senso sono il “pendant” per i Paesi di mare di quelle che sono chiamate le “morti bianche” delle vittime delle valanghe nelle Alpi. Allora ero ignaro: nelle nostre scuole svizzere e neutrali (ma in realtà profrancesi e, beninteso, se ne capisce anche il motivo….perché Parigi e la Francia furono terra accogliente per l’emigrazione ticinese) si insegnava che la prima guerra mondiale fu la guerra delle democrazie e dei popoli liberi contro la tirannide degli Imperi centrali militaristi e guerrafondai. Da allora e con l’andar degli anni ho letto molti libri e quindi appresi presto che quella tesi era semplicistica, una esagerazione propagandistica. Ma dopo aver letto il libro di Christopher Clarke “I sonnambuli” due anni fa, so che non era solo una esagerazione propagandistica, ma una vera e propria menzogna. Consiglio a tutti di leggerlo. Ebbene, dopo averlo letto, converrete che dare la colpa ai soli imperi centrali per lo scoppio della guerra, è una beffa. Vienna e Berlino presero il rischio di attaccare la Serbia, si comportarono cioè in modo un po’ avventato (con il senno di poi si potrebbe anche dire: caddero in  trappola).

Ma le responsabilità francesi sono pesanti: la Francia armò l’esercito russo e quello serbo negli anni precedenti la guerra (nelle guerre balcaniche del 1912-’13, che opposero gli stati balcanici alla Turchia, i francesi avevano “testato” le loro nuove mitragliatrici – in dotazione ai Serbi – che fecero  strage non solo di soldati ottomani ma anche di civili di altre etnie: qualcosa di simile, per intenderci, a quanto si ripeté poi negli anni ’90 con la disgregazione della Jugoslavia…). Ma vi è di più: il governo francese incoraggiava i Serbi all’oltranzismo e a correre dei rischi; al punto che ci si può chiedere se, senza il sostegno francese, i Serbi avrebbero osato armare gli attentatori del principe ereditario Franz Ferdinand a Sarajevo. Stesso discorso, mutatis mutandis, vale per la Russia: la diplomazia francese negli anni immediatamente precedenti la I guerra mondiale era diventata, sotto la direzione di Raymond Poincaré (dapprima ministro degli Esteri e primo ministro e poi Président de la République) più tosta: aveva dato assicurazioni ai Russi che in caso di attacco dell’Austria-Ungheria alla Serbia e di conseguente intervento russo contro l’Austria-Ungheria, la Francia avrebbe immediatamente mobilitato (per impedire che la Germania neutralizzasse la Russia). E così fece. Ma un simile impegno significava in effetti spingere la Germania a entrare in guerra! Ed è quel che successe. D’altra parte, il fatto di dare una simile assicurazione alla Russia significava spingere quest’ultima  ad assumersi maggiori rischi e a dare a sua volta affidamenti arrischiati alla Serbia! Ed è esattamente ciò che avvenne nei mesi precedenti lo scoppio della I guerra mondiale. Già dal 1909, a seguito del ritiro del precedente primo ministro russo – un conservatore prudente e avverso a una guerra europea – il governo russo, influenzato dalla corrente panslavista era diventato più filo serbo; ma nei due o tre anni precedenti la I guerra mondiale il sostegno russo al nazionalismo serbo era diventato più esplicito, spintovi anche dal rinnovato Patto franco-russo (la Francia aveva finanziato il potenziamento dell’esercito russo e la costruzione di nuove ferrovie con finalità militari, che dall’interno dell’Impero dovevano portare verso i confini tedeschi e austro-ungarici al fine di velocizzare la mobilitazione dell’esercito russo in caso di guerra. Questa era una vecchia “fissa” dei militari francesi: infatti era notoria la grande lentezza di mobilitazione dell’esercito russo, che poteva essere un handicap micidiale per i franco-russi in caso di guerra che li opponesse alla Germania; tale lentezza di mobilitazione avrebbe infatti  potuto permettere alla Germania di attaccare e sconfiggere la Francia prima che il grosso dell’esercito russo fosse stato messo in campo! Anche lo stato maggiore tedesco naturalmente speculava su tale scenario strategico, ma Berlino non era perfettamente informata dell’entità dell’ammodernamento militare russo grazie agli aiuti francesi….).

Un’altra “brillante” trovata del governo francese fu quella di portare il periodo di leva da due a tre anni, finalizzata – così pensava Raymond Poincaré – ad annullare l’inferiorità numerica dell’esercito francese. Ma l’inferiorità  numerica francese era data dalla demografia e dalla taglia dei due Paesi: la Germania aveva una popolazione di una volta e mezza quella francese.

Pensare di annullare un simile “handicap” aumentando il periodo di leva del  50 percento è, a ben vedere, oltre che cinico anche illusorio e spiega anche perché – in alcuni momenti topici come la battaglia di Verdun e sulla Marna nel 1916/’17 – la Francia corse il rischio di crollo letteralmente per dissanguamento: le truppe vennero talmente decimate che a momenti si temette di non avere più sufficienti soldati di rincalzo pronti per essere gettati al massacro! Da qui anche i pressanti appelli del generale Foch agli americani durante tutto l’anno 1917 e ancora nella primavera 1918 affinché i volontari statunitensi affluissero celermente al fronte (Gli USA entrarono in guerra nella primavera del 1917, ma ci volle quasi un anno affinché le loro truppe fossero addestrate e arrivassero al fronte in numero significativo).

Ma pur di sostenere la propria politica di grande potenza e riconquistare l’Alsazia-Lorena, il cinico capitalista massone Poincaré si permetteva questo e altro. A lui non importava nulla dei poveri soldati mandati a morire “pour Dieu et pour la Patrie” (come recitano i monumenti in Bretagna e altrove in Francia). In Francia non è in uso il revisionismo storico, perlomeno non a carico di chi bene o male uscì vittorioso (sul breve periodo), ma se dovesse esserlo si dovrebbe definire Poincaré come guerrafondaio e criminale di guerra! Mi sento di affermarlo se penso ai poveri caduti di Bretagna e di tutta la Francia. Per che cosa sono morti quei poveretti? Per far grande la Francia? Ma no, perché essa uscì immiserita e in decadenza da quello sforzo terribile  e assurdo. Per riconquistare l’Alsazia-Lorena (Poincaré era  originario della Lorena)? Ma forse la si sarebbe potuta ricuperare anche con mezzi pacifici, cioè con quella politica di collaborazione economica con la Germania che era preconizzata da Joseph Caillaux, un leader radicale che fu diffamato in modo indegno dalla stampa patriottarda vicina a Poincaré (Siccome prima della guerra aveva auspicato una politica che tentasse di evitarla, durante la guerra fu accusato di tradimento… e infine assolto alla fine della guerra quando ormai lui e la sua politica erano “bruciati”). Ovvero: con l’andar del tempo, se si fosse evitata la guerra, forse si sarebbe potuto arrivare a una transazione con Berlino prevedente per esempio la retrocessione alla Francia dell’Alsazia e della Lorena (o lo svolgimento di un referendum di autodeterminazione nelle due regioni) in cambio di qualche colonia francese ceduta al Reich; questo contando anche su una  progressiva democratizzazione del Reich, che avrebbe portato a una politica meno militarista e aggressiva anche in Germania (non bisogna dimenticare che nel Reichstag del 1913 i socialdemocratici – che in Germania furono sempre moderati e tendenzialmente pacifisti – erano ormai diventati maggioranza relativa e anche alcuni liberali e i centristi cattolici non auspicavano per niente una politica avventurista) che avrebbe potuto  rendere possibile un accordo con la Francia.

Mancò totalmente ai principali dirigenti dei Paesi europei d’allora non dico neanche “un’idea europea” (la quale sorse anch’essa come risultato di questo bagno di sangue reiterato) e nemmeno il concetto di una fratellanza universale, ma semplicemente il buon senso e l’istinto di conservazione che avrebbero dovuto dissuadere da una guerra generalizzata per un predominio assoluto. In un tale tipo di guerra, nessun vincitore poteva né potrà mai godere dei benefici e dei vantaggi della vittoria. Una guerra può avere senso se è limitata e calcolata (il che vuol dire: che si debbono calcolare le perdite probabili per raggiungere un “obiettivo di guerra”). Ma se il risultato della guerra è una distruzione totale del proprio potenziale economico e un salasso spaventoso dei Paesi vincitori (la Francia ebbe per es. circa un milione e mezzo di morti!), non vale la pena combatterla! E poi la guerra deve sempre essere l’ “ultima ratio”, quando tutte le possibilità alternative onestamente tentate non hanno dato risultati; non si deve mai dare inizio a una guerra alla leggera!

E poi, per tornare allo spunto iniziale da cui sono partito, quella tremenda guerra intestina europea – come ben dice Niall Ferguson in un capitolo del suo libro “Il sangue dei morti” – causò direttamente o indirettamente alcune fra le più nefaste sciagure del Novecento europeo e di riflesso mondiale: la rivoluzione bolscevica in Russia (che portò al potere una ideologia oppressiva e un regime totalitario di cui l’Europa si è liberata solo da poco),  il fascismo in Italia e il nazismo in Germania (con il corollario terribile della seconda guerra mondiale), la perdita di voce in capitolo delle potenze europee nel mondo (con la scomparsa degli imperi coloniali). Inoltre per l’Europa, dice ancora Niall Ferguson, la prima (e quindi anche la seconda) guerre mondiali determinarono anche la crescente supremazia americana negli affari europei; l’Europa divenne non più soggetto autonomo, ma bensì satellite di Washington. Questo forse per Ferguson, e anche per me, non sarà una sciagura nefasta come quelle sopra citate, ma è stata pur sempre un’evoluzione spiacevole e frustrante, se vista con gli occhi di noi europei!

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Ora vedo per caso su Ticinolive, mentre mi apprestavo a spedire all’amico De Maria queste mie divagazioni storiche, la notizia della accidentale morte del dottor Gianfranco Soldati, che mi rattrista. Ma mi son detto: l’articolo, que j’ai traîné pendant des jours per mancanza di tempo e per il caldo soffocante, correggendolo e limandolo viepiù, merita forse di essere pubblicato lo stesso. Lo spunto datomi dal dottor Soldati è in fondo solo incidentale, poco più di un pretesto; non si tratta per nulla di una polemica nei suoi confronti, anzi forse qualche considerazione l’avrebbe condivisa pure lui…..

In quanto a un pensiero in memoria dello scomparso, non è ancora il momento. Forse tenterò di farlo modestamente anch’io, aggiungendomi ad altri più in vista che l’hanno conosciuto meglio e che penso non mancheranno di ricordarlo: penso in particolare a qualche suo amico e collega medico del direttivo dell’allora prestigioso Ordine dei Medici del Cantone Ticino, penso a qualche amico PPD suo ex collega di Gran Consiglio per anni, penso a De Maria o Bernasconi o von Wyttenbach che furono suoi amici nell’Alleanza Liberi e Svizzeri, penso anche a qualche esimio (o esimia) liberale. Il dottor Soldati fu certamente un personaggio di spessore, per la cui evidenziazione occorrerebbe parecchio spazio.

Sinceramente mi duole ancora troppo la sua accidentale morte e sono stordito per la sorpresa. Ai parenti, in specie alla gentile signora Dotti, al figlio Francesco, e anche – pur non conoscendoli io personalmente – alla ex moglie, all’altro figlio e alla figlia*** che ha seguito professionalmente le orme del papà (e che a quanto si dice è come medico assai reputata), vadano le mie più sentite condoglianze.

Paolo Camillo Minotti

*** Il dottor Soldati lascia 4 figli: Francesco, Flavia, Daniela (medico) ed Enrico [ndR]