Nel vento danzava mortale la neve, intrecciando i suoi fiocchi in un turbine di gelo infinito. Frenetiche e taglienti, le folate di vento gelido, armi saettanti del più temuto dei generali, il Generale Inverno, falciavano esili figure nere che, per altrui crudele decreto, si erano ritrovati fuggiaschi in ritirata in una terra ostile che già più terra non
pareva, molo ghiaccio senza fine. Poiché nelle lande desolate di quella Russia invernale anche la neve, con la sua danza perpetua di morte, non conosceva fine.

Ricurvo su se stesso, per l’illusione di proteggersi dalle raffiche nevose, claudicante per i piedi ghiacciati fino all’osso, inutilmente racchiusi in scarponi di cartone, vanamente avvolto da giornali, carta, che nulla poteva sotto l’imperturbabile crudeltà dell’Inverno, un giovane soldato seguiva a fatica coloro che lo precedevano sulla strada, verso l’Ignoto Gelo, compagni d’una sventurata spedizione verso la morte.

Sotto al panno vagamente gettato sulle spalle, il suo cappello verde scuro pareva divenuto di ghiaccio anch’esso e la sua penna nera, coperta dalla neve, s’ergeva rigida e ferma, quasi dignitosa vittima e testimone d’una vita gloriosa costretta a finire miseramente. Perché il soldato era un alpino, partito lo scorso ferragosto dalla sua adorata terra, ove le Dolomiti paiono sfidare il volo dell’Aquila e fiere si stagliano contro l’azzurro del cielo, per raccogliere i raggi del sole
ed incastonarne l’oro sulla loro pietra. Si era messo sull’attenti, mentre il treno piano partiva, verso una fine che non
avrebbe conosciuto pietà. Aveva tenuto fermo lo sguardo sul viso stanco dell’amato padre e questi, ricurvo sul proprio bastone, aveva atteso che il treno gli strappasse il suo frammento di cuore più caro. Ed il treno era partito, sempre più veloce, per correre verso la morte.

“Sapevi tu, che la morte su trovava in Russia?”
l’imprecazione lamentosa di un soldato che lo precedeva, lo riportò alla realtà. Un altro soldato scosse la testa.

“Pensi che le corazzate sovietiche ci stiano inseguendo ancora?” gli chiese di nuovo. L’alpino non udì la risposta. Due giorni prima la loro brigata, la brigata Julia, era stata accerchiata dalle truppe nemiche ed annientata.

La neve, impietosamente bianca, aveva accolto il sangue dei soldati e ne aveva ben presto inghiottito le ossa.

Loro, quattro superstiti, erano riusciti a fuggire, ma non avevano potuto ricongiungersi a chi altro era riuscito a salvarsi ed ora, quattro uomini soli, continuavano a marciare, forse nell’illusoria speranza che quella marcia avesse fine. Forse salvarsi era stata una condanna. O forse, semplicemente una scelta. Quella di non morire uccisi per mano del nemico, ma per mano del Generale Inverno.

Quel giorno, sul treno, l’alpino aveva scherzato con il colonnello del terzo reggimento dell’artiglieria di montagna. “Quindi” gli aveva detto “se non torneremo a casa in treno, ci torneremo a cavallo dei muli?”

Il colonnello aveva dimesso per un istante la sua maschera d’alterigia e aveva riso. Non immaginava no, l’Alpino, che quel colonnello gli sarebbe stato compagno nella fuga dall’accerchiamento. Avevano corso assieme, sopra la neve arrossata dal sangue dei compagni uccisi, ed erano fuggiti laddove la neve era di nuovo immacolata ma dove, forse, sotto di essa, giacevano obliati i corpi di uomini che quasi un secolo prima erano stati condannati alla stessa fine, i soldati napoleonici.

A loro due si erano aggiunti altri due soldati, con un mulo. Insieme avevano deciso di tentare la via della salvezza.
Verso sera il colonnello s’era accasciato al suolo, forse ferito dal combattimento, forse per la cancrena che aveva iniziato il suo corso. Non s’era più rialzato.

“Artigliere!” aveva gridato l’Alpino, mentre lacrime di sconforto gli rigavano la pelle del volto, arrossato dal gelo. “Mettetemi sul mulo.” aveva rantolato il colonnello. Lo avevano legato, ed il mulo, savio e fedele, aveva marciato per un interminabile tratto, trasportandolo in quell’inferno di bianco.

Durante la marcia l’Alpino lo aveva guidato più volte, piangendo. Come avrebbe voluto che l’artigliere fosse riuscito a tornare a casa a cavallo di quel mulo! Ma il suo sguardo consenziente presto s’era fatto vitreo e il capo gli era caduto sulle spalle. Ogni cosa, che l’artigliere aveva raccontato ai soldati per rincuorarli, ogni ricordo della sua dolce moglie ed ogni sorriso della sua bella bambina, l’aveva lasciato in quell’istante, svanendo nel turbine di gelo assieme al suo ultimo respiro. E l’Alpino aveva guardato il cielo nero e la neve vorticosa che continuava a cadere ed aveva scosso il capo, senza capire il perché di una tale condanna.

Le loro penne nere avevano permesso loro d’esser ben visti dalla gente del luogo che, memore delle brigate passate prima, avevano capito che quei bravi ragazzi erano cordiali e non sembravano avere intenzioni bellicose.

Con alcuni vecchi del luogo, una sera, l’Alpino si era intrattenuto a discorrere. Avevano parlato fino a tardi, a gesti, eppure s’erano capiti.

Una fitta al piede fece stramazzare l’Alpino al suolo. Gridò. Lo raggiunsero, gli ordinarono di alzarsi. Credette di non farcela. Poi, zoppicando, tenne ben stretta la coda del mulo ed incespicò dietro ai compagni. Non poteva lasciarsi andare, non glielo avrebbero permesso. Continuò a marciare così, in un bianco inverno di morte.

L’Alpino guardò la terra, che era bianca, bianca, bianca. Rivide per terra il suo gatto, sincero amico d’infanzia, bianco come la neve. Aveva pianto, quand’era morto. Riaprì gli occhi, imponendosi di non sentirsi mancare. Ripensò a quel gatto, con cui da bambino aveva giocato. A quelle sere passate accoccolato accanto al caminetto acceso, mentre quel pelosino faceva le fusa e la mamma preparava sulla stufa calde pietanze che bollivano allegramente. Il padre guardava il fuoco ed il gatto giocare. E ripensava a quando, ragazzo, aveva combattuto sul Piave.
Ora era toccato al figlio. L’Alpino si rivide bambino, con lui v’era la mamma, che troppo presto se n’era dovuta andare. Di sera, guardando le stelle, la ricordava con quel sorriso luminoso ed il suo parlare dialetto, semplice e schietto. La sua figura forte, illuminata dal fuoco del camino. Si ritrovò disteso nella neve, trascinato dal mulo mentre la neve gli penetrava sin nelle interiora. Gli gridarono di alzarsi, un’altra volta, dicendogli che non mancava più così tanto.

L’Alpino si rialzo e riprese a camminare piano. Sarebbe tornato a casa, si disse, ed il cuore, per la prima volta dopo tanto, gli batté in petto per la gioia. Allora prese un foglio di giornale da sotto la giacca e si ritrovò a scrivere. Una lettera piena di scuse, per esser stato troppo lontano da casa, per non aver mai detto al padre, così burbero ma
dal così grande cuore, quanto gli volesse bene. Si, avrebbe scritto la lettera e alla prima stazione di posta l’avrebbe inviata!

“Alpino si alzi!” un urlo possente gli fece riaprire gli occhi.
Mancava poco, gli dicevano, la brigata Julia si stava per ricompattare! La prossima città non era lontana. Bisognava solo che egli s’attaccasse al mulo e non mollasse mai la presa. Marciare, ancora per un po’. Bisognava resistere.

L’Alpino annuì e guardò i compagni marciare di fronte a sé. Avrebbe voluto che l’artigliere non fosse morto. Marciò ancora. I piedi gli erano ormai insensibili e ardevano di ghiaccio. Le labbra sanguinavano ed erano gonfie e paonazze. Guardò a terra e vide gocce di sangue nero macchiare la candida neve. O forse era l’inchiostro della lettera che
aveva scritto, che si scioglieva nel gelo. Non avrebbe mai potuto inviarla, e questo pensiero lo rattristò. Strinse gli occhi, ormai deboli per l’abbagliante candore e reclinò il capo verso terra.

Udì un dolce miagolio e ad un tratto sentì qualcosa di morbido e caldo. Il gatto bianco era di nuovo lì, con lui. Lo strinse ma sentì solo gelida neve. Disperato, tentò di accarezzarlo ma questi gli sfuggì e corse via, sulle distese
bianche. L’Alpino rincorse il suo gatto, ma incespicò e cadde di nuovo. Piangendo, rialzò il capo e lo vide fermo, dinnanzi a sé. Aveva smesso di nevicare ed in lontananza l’orizzonte nevoso si tingeva
d’oro. Il sole stava sorgendo. Non faceva più così freddo. Forse avevano raggiunto il confine. D’un tratto una figura severa gli si parò contro e alzò appena la testa per far sì che la sua penna nera contrastasse con la luce nascente.

“Alzati, Alpino.” disse la presenza.

“Artigliere!” esclamò il giovane “Che bello ritrovarti!”

“Il gatto bianco, prendilo. C’è una persona a cui lo devi dare.” sentenziò.

L’Alpino ubbidì, si alzò senza più fatica e prese il gatto, ricordo d’infanzia, e si volse ove l’Artigliere gli indicava.

Più in alto, illuminata dall’oro del sole sorgente, stava una donna, dal sorriso gioviale e dagli occhi lucidi di pianto.

“Mamma!” sussurrò l’Alpino, lasciando cadere il gatto, che corse verso di lei.

Sorrise, il giovane, poiché la neve ai suoi piedi già si stava sciogliendo e tra essa esili fiori violetti ondeggiavano al vento di primavera.
Lontano le dolomiti si tingevano di rosa e d’arancio, di porpora e oro, per l’alba nascente.

L’Alpino guardò in volto la madre e si ritrovò capace di correre, senza più dolore, sena più fatica.

Ed ella gli tese le mani, sorridendo mestamente, desiderosa di riabbracciare il figlio che mai avrebbe smesso di amare.

Chantal Fantuzzi