Il 2016 aveva segnato una serie di pesanti sconfitte della mafia globale: la Brexit, Trump, il Referendum del 4 dicembre. I sondaggi lasciavano sperare nella prosecuzione di questa tendenza in Austria, Olanda, Francia. Gli stessi poteri forti apparivano terrorizzati, paventando la loro prossima fine. Ciò, evidentemente , ha provocato una dura e unanime reazione, da parte di gruppi finanziari a cui di sicuro mancano molte cose, l’onestà, i princìpi morali, la coerenza intellettuale, la pietà, la sensibilità umana, ma non certo il denaro , la capacità di ricatto, la durezza delle  loro leggi economiche e criminali. Così, in tempi davvero troppo brevi per credere a semplici coincidenze, non soltanto hanno recuperato il terreno perduto, ma sono passati alla controffensiva su tutta la linea.

I sintomi, per chi si ostina a difendere la verità e la sovranità dei popoli, sembrano estremamente allarmanti. Dopo una contrastata e difficile riconquista dell’opinione pubblica austriaca e olandese, in Francia la grande finanza ha seguito una strategia molto scaltra. Terminato un periodo di incertezze e di marasma,  le primarie  del partito gollista avevano scelto François Fillon  a candidato presidente; non che il personaggio rappresentasse il meglio del meglio, ma neppure il peggio del peggio.

Su diversi punti programmatici condivideva le posizioni della Le Pen, pur esprimendole in termini  più moderati e meno spaventevoli  per l’elettorato tradizionalista. Riguardo all’egemonia europea, le sue critiche  si rivelavano analoghe a quelle dell’estrema destra. Al contrario di quest’ultima, però, che già appariva perdente, i sondaggi davano Fillon per vincitore. La mafia non si fidava di lui, in quanto le sue rivendicazioni d’indipendenza e di dignità per il popolo francese non escludevano una futura alleanza con il Front  National , magari non organica, ma sulle leggi  più sensibili e qualificanti. Gli strateghi dei poteri forti, dopo le recenti batoste subite e ben consapevoli della partita risolutiva che si stava disputando a Parigi, decisero di non correre rischi, facendo fuori per via giudiziaria  il solo personaggio che poteva rappresentare un pericolo. Impossibilitati a rilanciare il partito socialista, distrutto dal folle quinquennio dello svitato Hollande , si sono inventati il ragazzino Macron , che nessuno sapeva chi fosse e cosa volesse, ma che si presentava come un adolescente rassicurante, guidato in tutto e per tutto da una arzilla e saggia nonnina, pronta a smorzarne le velleità giovanili. Appena vinta la battaglia di Francia , il fronte si spostava in Inghilterra, ove occorreva un risultato che rimettesse in discussione la Brexit. I due gravissimi attentati islamisti in piena campagna elettorale hanno notevolmente aiutato questa strategia, a cui si è aggiunto il provvidenziale incendio del grattacielo, proprio mentre il nuovo governo May era in gestazione. Tutte casualità ? Non abbiamo le prove per escluderlo, ma il dubbio appare legittimo.

Non parliamo poi della situazione americana. Nell’ottica del contrattacco della mafia globale, l’outsider Trump  si presenta come uno dei maggiori e degli ultimi ostacoli da rimuovere, anche perché gli USA non sono la Grecia, l’Italia o il Portogallo, e non sono riconducibili all’ordine con un semplice pizzino  o con un richiamo  dei burocrati di Bruxelles. Scontato che nessuna minaccia credibile potrebbe far cambiare idea al Presidente, la sola ipotesi è la sua eliminazione dalla scena pubblica. Per questo hanno riesumato l’impeachment , azione di sciacallaggio estremo già usata nel 1974 contro un  altro inquilino scomodo della Casa Bianca, Richard Nixon, licenziato il quale si aprì il biennio de suo vice Ford , personaggio fasullo e inconcludente, che appena insediato liquidò la credibilità del suo Paese con la drammatica e al contempo ridicola rotta di Saigon . Tale scenario si vuole oggi ripetere, allo scopo di ricondurre la sola potenza occidentale ancora autonoma all’osservanza mafiosa.

In tale contesto, quali sono le prospettive per l’Italia?  Le recenti elezioni amministrative  hanno mostrato che una destra unita può vincere, rappresentando l’ultima ancora di salvezza. Dopo la sottomissione di tutte le principali nazioni europee, l’unica che potrebbe mantenere viva la speranza in un futuro libero dalla mafia (o mafiafree, come direbbero i ben pensanti che hanno eretto l’inglese in nuovo idioma universale) potrebbe essere paradossalmente proprio la nostra piccola,  povera, disgraziata penisola. Una responsabilità apparentemente superiore alle nostre forze, ma quali sono le condizioni affinché ciò possa  tradursi in realtà?

La prima è che nel 2018, quando finalmente il popolo sarà chiamato a scegliere il proprio futuro  dopo quasi sette anni di governo illegittimo,  la sola opposizione esistente ( sui grillini rebus sic stantibus non si può fare affidamento), quella  che da Forza Italia passa per Fratelli d’Italia fino alla Lega e agli spezzoni minori del vecchio Msi, dovrà presentarsi come un solo blocco, malgrado che se , come tutto lascia prevedere si andrà al voto con una legge proporzionale, non sarà fortunatamente necessaria una loro fusione, bastando un accordo  programmatico.

Permangono tuttavia diversi problemi da risolvere, a livello strategico e ideologico, il primo dei quali è la scelta di una  leadership comune, in grado di proporre un candidato credibile alla Presidenza del Consiglio. Toccherà ancora una volta all’ultraottantenne Berlusconi, anche se liberato dalla ineleggibilità , oppure dovremmo puntare su un personaggio nuovo  e più giovane? Ma chi? Forse Salvini? Forse Toti? Forse Giorgia Meloni? Sarebbero in grado, costoro, di radunare le forze sparse ed eterogenee dell’intero centro- destra? Oppure varrebbe la pena di scegliere un Papa straniero, nella persona di qualche soggetto rappresentativo dell’economia o della cultura?  Dilemma di ardua soluzione.

Ammesso e concesso che con la buona volontà generale si superi tale ostacolo , immediatamente dopo se ne presenteranno di ben maggiori: in qual modo ricondurre a un’unica sintesi le diverse anime di uno schieramento politico che non è mai riuscito ad esprimersi in una sola lingua? Per comprendere in modo chiaro  e distinto ciò di cui parliamo, può essere utile la lettura di un pregevole saggio di Marco Gervasoni ( La Francia in nero , ed. Marsilio, Venezia 2017 ) , una storia ragionata e documentata della destra francese dalla Rivoluzione a Marine Le Pen. L’autore sottolinea come un universo di pensiero spesso maggioritario nella società civile, abbia governato in realtà soltanto per brevi periodi, in modo fra l’altro precario e inefficace, non essendosi quasi mai proposto agli elettori come una realtà coerente e facilmente identificabile.

Sono sempre esistite, e tuttora esistono, una destra religiosa fondata sui valori della Chiesa, una liberal-conservatrice che ha il liberismo come guida, una d’ordine e tendenzialmente autoritaria, una nazionalista con sfumature filosocialiste  e simpatie proletarie; ciascuna di esse è poi divisa in sottogruppi spesso privi di qualsiasi giustificazione ideologica. Le rare volte che tali correnti riuscirono a identificarsi in un principio comune o in un capo di prestigio, trionfarono: basti pensare ai due Bonaparte e , in tempi più recenti, al Generale de Gaulle .

Anche noi italiani conosciamo bene questo tipo di divisioni. Senza risalire troppo all’indietro, è sufficiente ricordare la disputa fra la corrente almirantiana e quella micheliniana del Movimento Sociale, protrattasi per oltre un quindicennio,  tra i Cinquanta e i Sessanta. Secondo Almirante, l’obiettivo ultimo del partito doveva essere il cambiamento di sistema , sostituendo integralmente la  democrazia rappresentativa  parlamentare con quella organica e corporativa. La linea politica doveva perciò identificarsi con la più intransigente  opposizione al regime, indipendentemente da chi lo governasse e con quali programmi. Secondo Michelini il Msi, pur senza rinunciare al suo obiettivo finale, avrebbe dovuto invece favorire ogni possibile miglioramento del sistema , inserendovisi ogni volta che si fosse trattato di produrre un vantaggio  o di limitare un danno. Chi dei due aveva ragione?

A mio parere entrambi,  in dipendenza dalle situazioni e dai momenti storici. Senza dubbio il periodo 1953-1960, caratterizzato da governi  di centro-destra con l’appoggio esterno di monarchici e missini, fu uno dei più positivi del dopoguerra, durante il quale  si registrò la crescita più robusta del ventesimo secolo,  il solo di cui gli italiani della mia generazione  conservano tuttora un acuto rimpianto. Lo scenario cambiò radicalmente  nel 1960,  quando i socialcomunisti  scatenarono la ben nota prova di forza contro lo Stato, per saggiarne la capacità  di resistenza. La resa senza condizioni della Democrazia Cristiana ai marxisti  inaugurò il fosco periodo del centro-sinistra, in cui si posero le basi per la dissoluzione morale e materiale della nostra società. Dopo questa sciagurata svolta, fortemente voluta da Aldo Moro e dagli ambienti cattolici progressisti, i voti monarchici e missini, accettati più che volentieri fino ad allora, divennero all’improvviso maledetti, e l’ossessione antifascista , praticamente sconosciuta nel decennio precedente, condusse poi al Sessantotto e agli anni di piombo.

Il limite della politica moderata di Michelini divenne allora evidente . Insistere nell’offrire i voti del Msi  a una classe politica che apertamente li disprezzava  non fu una scelta vincente, contribuendo di sicuro a creare confusione nell’elettorato. L’alternativa al sistema proposta da Almirante divenne così la nuova frontiera del partito.

Oggi la situazione richiede un altro, radicale cambiamento di mentalità e strategia. Di fronte all’attacco della mafia e all’abisso che inghiottirebbe l’Italia, insieme al resto d’Europa, qualora  questo  dovesse riuscire, è prioritario superare ogni differenza ideologica e ogni personalismo, per presentare agli italiani un fronte granitico e compatto , l’ultima  speranza prima della definitiva vittoria della malavita organizzata. Per i distinguo e le rivendicazioni identitarie ci sarà tempo dopo, una volta recuperate l’indipendenza , la dignità e la libertà della Nazione.

Carlo Vivaldi-Forti