Sono passati esattamente dieci anni da quando, una mattina di settembre al mare vicino al castello di Paolo e Francesca a Rimini, ascoltai che “l’Italia, l’Europa, il mondo intero, piangeva la scomparsa del tenore più grande di tutti i tempi, Luciano Pavarotti.” Fu difficile crederci, ma in breve capimmo che colui la cui voce sarebbe entrata nella storia, (sarebbe stato ricordato tra i dieci tenori più grandi di tutti i tempi), era scomparso dal mondo, divenendo leggenda.

Il tenore Luciano Pavarotti con la Principessa Diana d’Inghilterra

Ricordo poi quando noi, bambini in Parrocchia, leggemmo il settimanale allegato a Famiglia Cristiana, Il Giornalino dei Piccoli . In prima pagina, un angioletto (tra l’altro personaggio di un noto fumetto, di cui mi sfugge il nome) diceva “Questa mattina abbiamo sentito una voce forte, tra gli angeli, che cantava'”Vincerò…'” – e, rivolto alla figlia Alice, allora anch’ella bambina – “era tuo papà, Alice, che ora è qui con gli angeli e veglia su di te.” Era qualcosa di molto dolce, un epitaffio settecentesco intrecciato a una scritta sul marmo, ma non quelle che compiangono la morte, bensì quelle canoviane che sul monumento ad memoriam ricordano il nome del vivo, del committente, a sottolineare quanto forte sia il legame tra lo scomparso e i di lui piangenti, ammoniti dagli angeli marmorei che l’amore non è mai un addio.

Più tardi, noi bambini lettori di un settimanale cristiano, avremmo studiato il paganeggiante Foscolo, così puro e intenso, anche fuori dalla fede, nel riaffermare il valore dell’eternità del ricordo. Celeste è questa/ corrispondenza d’amorosi sensi, /celeste dote è negli umani; e spesso/ per lei si vive con l’amico estinto/ e l’estinto con noi… (da I Sepolcri)

Oggi, noi lettori bambini di dieci anni fa, siamo più o meno grandi, ma per noi che leggemmo quella notizia su misura per noi decenni, penso, ripensandoci, possiamo rammendare due cose: il valore di un artista immortale e l’immortalità dell’arte.

CF