Ex-presidente dell’USI, fisico e sognatore, il professor Piero Martinoli ci ha concesso un’intervista, nella quale racconta la sua esperienza e condivide le sue opinioni sul futuro dell’Università della Svizzera italiana.

Ticinolive  Professore, quale ritiene che sia la decisione o il cambiamento più importante avvenuto all’USI mentre era Presidente?

Piero Martinoli  A livello generale, nel decennio in cui sono stato presidente dell’USI, credo che il fatto più rilevante sia stata la notevole crescita della ricerca scientifica.  Sono molto contento che l’USI si sia ben sviluppata e affermata in questo settore.

A livello più particolare, a mio avviso è stato sicuramente fondamentale aver arricchito la Facoltà di scienze informatiche con le scienze computazionali, cioè con quelle scienze che simulano tramite potenti computer fenomeni molto complessi in diverse discipline, quali la fisica, la chimica, la medicina, la farmacologia, la finanza e altre ancora. Questo delle scienze computazionali è un capitolo che si è aperto molto bene, soprattutto perché abbiamo trovato un’ottima intesa con il Politecnico Federale di Zurigo (ETH). Il Centro svizzero di calcolo scientifico, che si trova qui a Lugano, non sarebbe rimasto in Ticino se l’USI non avesse compiuto questo passo creando l’Istituto di scienze computazionali. L’altra decisione importante è stata quella di istituire la Facoltà di scienze biomediche:  si è trattato di una corsa a ostacoli molto ardua, perché le attuali facoltà di medicina nelle altre università svizzere esercitano una specie di monopolio e chi entra dall’esterno come noi può incontrare qualche resistenza, come in effetti è avvenuto nel nostro caso. Per fortuna anche l’ETH ha deciso strategicamente di entrare nel campo della medicina, offrendo il bachelor, e si è rivolta a noi per poter fare il master. Questa è stata un’occasione veramente fantastica, perché non è evidente avere come compagnon de voyage una Scuola prestigiosa come l’ETH. Per questo, se guardo al futuro, penso che la costruzione della nuova facoltà, che dovrà essere pronta con il master nel 2020, costituisca il principale progetto attualmente in corso, che plasmerà il futuro dell’università: non possiamo permetterci di fallire.

L’USI, una giovane università con potenziale di ricerca e innovazione: secondo lei in che direzione dovrebbe muoversi? Cercare una sempre maggiore internazionalizzazione?

Bisogna ricercare partner internazionali di qualità, dobbiamo cercare di convincere i migliori ad aiutarci, come è capitato con l’ETH. Questo per quanto riguarda la parte istituzionale della collaborazione. È però molto importante che anche i nostri professori con i loro progetti di ricerca cerchino personalmente delle collaborazioni internazionali. La mia esperienza di ricercatore in passato mi ha sempre mostrato che se si fanno dei buoni lavori poi si trovano delle collaborazioni interessanti a livello internazionale e questo poi fa bene all’intera istituzione per la quale si lavora. Devo dire che qui a Lugano abbiamo la fortuna di avere delle personalità di altissimo livello che hanno funzionato e funzionano da autentici magneti. Mi riferisco a Mario Botta in architettura, a Michele Parriniello nelle scienze computazionali, a Antonio Lanzavecchia nelle scienze della vita: personalità che hanno ricevuto prestigiosi riconoscimenti internazionali. E vorrei qui sottolineare che un altro dei passi importanti fatti nei dieci anni in cui sono stato presidente è stato appunto quello di aver affiliato l’Istituto di Ricerca in Biomedicina all’USI.  Quindi, se riusciamo ad attirare, tramite queste personalità-faro, professori e ricercatori di alto livello, ecco che siamo sulla strada giusta per dare all’università maggiore prestigio e visibilità.

Come vede l’USI tra 10 anni? E tra 20? Magari un polo specializzato nelle nuove tecnologie biomediche, a stretto contatto con l’ETH

Il futuro si costruisce anche su quello che si è fatto in passato e mi permetto qui di fare un flashback per illustrare quale strategia si potrebbe adottare negli anni a venire. L’USI ha fatto molti progressi, ma ha mezzi limitati. Deve dunque fare delle scelte molto mirate, concentrandosi su temi originali che la rendano visibile sulla scena nazionale e internazionale e ricercando collaborazioni di alto livello. Bisogna avere il coraggio di ambire a un salto di qualità: ritengo che questo sia possibile evitando la dispersione, giocando la carta dell’originalità, scegliendo i partner giusti, vale a dire dei partner interessati a lavorare con noi ma che siano già in una categoria superiore alla nostra. Se noi giochiamo nella challenge league, loro devono essere già nella super league.

Se guardo poi a un futuro più distante, ho questa idea, che ho già espresso in altre occasioni, della Scuola universitaria federale, che per il momento è solo una visione. Credo tuttavia che sia una visione da tener presente e che non sia del tutto utopica, anche se non so quando potrà essere realizzata. Bisogna comprendere che i mezzi che il Cantone può mettere a disposizione per lo sviluppo dell’USI sono limitati, di certo non ha la potenza finanziaria di un Cantone come Zurigo. Abbiamo fatto molti progressi e ora siamo una buona università, ma non siamo ancora nella super league: se vogliamo davvero accedervi saranno necessarie maggiori risorse. Ecco perché dovrebbe intervenire la Confederazione, creando un’università con statuto federale di cui beneficerebbe economicamnte anche il territorio in cui è inserita. Attenzione, non sto parlando di creare una scuola politecnica, ma un’università con le sue specifiche caratteristiche: credo che sarebbe il più forte riconoscimento della terza cultura che abbiamo in Svizzera, quella italofona.

 Approfondiamo il discorso dell’impatto dell’USI sul territorio ticinese, a che cosa si riferisce?

Prendiamo ad esempio il Politecnico di Losanna (EPFL), che è nato nel 1969 a partire da una piccola scuola universitaria locale e ha dato un fortissimo impulso economico a tutto l’arco lemanico, da Ginevra a Losanna. Si tratta della regione che negli ultimi venti anni ha avuto la crescita maggiore in Svizzera, anche grazie alla creazione dell’EPFL: si pensi dunque ai potenziali benefici che una Scuola universitaria federale porterebbe all’economia ticinese! Ora che la piazza finanziaria ha subito duramente la crisi, pur mantenendo la propria importanza, forse il settore delle scienze della vita potrebbe portare nuova prosperità al nostro Cantone. C’è pure da sperare che la presenza autorevole in Consiglio Federale di un Ticinese aiuti a far maturare questa idea traducendola in realtà.

Ritiene plausibile la costituzione di una nuova facoltà di Scienze Umane all’USI? E in quali termini?

Quando l’USI è stata istituita nel ’96, le scienze della comunicazione erano una disciplina autenticamente nuova, dunque si decise di creare questa Facoltà. In quel momento la decisione fu certamente ragionevole, ma con il tempo altre istituzioni, quali ad esempio le SUP (Scuole Universitarie Professionali), sono entrate nel campo delle scienze delle comunicazione: imporsi nel mondo della comunicazione con un profilo universitario accademicamente forte non è più così semplice. Per questo motivo, come ho già detto in passato, penso che si dovrebbe arricchire questa Facoltà con un apporto di scienze umane. A questo proposito lodo la decisione dell’USI di istituire un master in filosofia: ritengo sia un passo nella direzione giusta.

[Disclaimer: le opinioni espresse in questa intervista sono espresse dal professor Martinoli a titolo personale e non impegnano in alcun modo la direzione attuale dell’USI.]

Esclusiva di Ticinolive