di Friedrich Magnani

La settimana scorsa, il Presidente Usa, Donald Trump, ha confermato ufficialmente con un tweet, l’accordo sulla prima fase dei negoziati commerciali con la Cina. Gli Stati Uniti avrebbero deciso di sospendere i dazi del 25%, su 160 miliardi di dollari, di prodotti made in China (che sarebbero dovuti scattare il 15 dicembre) e avrebbero accettato un taglio delle tariffe, dal 15 al 7,5%, su beni cinesi, per un valore di 120 miliardi di dollari. Viceversa, la Cina, avrebbe accettato di acquistare più prodotti agricoli americani, fino a una una soglia di 50 miliardi (che molti dubitano, possa riuscire a raggiungere) e avrebbe concordato di non alzare i dazi, su alcuni prodotti manufatturieri e tecnologici made in Usa.

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Tutto farebbe pensare a una distensione, nei rapporti bilaterali tra Stati Uniti e Cina. Ma il condizionale è d’obbligo. Malgrado l’enfasi di Trump, l’unica dichiarazione ufficiale cinese, è stata quella del viceministro dell’agricoltura, Han Jun, che ha confermato l’accordo sull’import agricolo. La portavoce del Ministero degli Esteri del Dragone, Hua Chunying, sì è limitata ad affermare, che l’intesa commerciale, potrà essere raggiunta, solo, a patto che sia di reciproco beneficio. Anche il portavoce del Commercio Usa, Robert Lighthizer, si è mostrato cauto, dopo l’euforia seguita ai tweet di Trump, dichiarando, in una programma della CBS, di non esser ancora arrivati, alla firma dell’accordo. Questo fa credere, che la firma possa slittare oltre le feste natalizie.

Le nuvole all’orizzonte sembrano ancora più scure, a sentire l’ex ministro del Commercio cinese, Chen Deming, ospite di una recente conferenza tenuta dal South China Morning Post, a New York. Secondo le sue parole, la soluzione della fase uno, nella trattativa commerciale, non potrà risolvere le divergenze fondamentali tra Usa e Cina e se gli Stati Uniti continueranno a vedere la Cina come un nemico, interferendo nella sua politica interna, potranno esserci delle contromisure.

La strada è lunga quindi, e il silenzio ufficiale di Pechino, fa presagire, la fragilità dell’intesa. D’altronde, lo sanno anche le pietre, che la guerra dei dazi, è solo una parte del problema. Donald Trump, è sicuramente riuscito a distrarre l’opinione pubblica americana sull’impeachment, portando a casa, un risultato per le aziende americane che esportano in Cina. I cinesi glielo hanno concesso, per raffreddare le tensioni politiche ed economiche, dalle sanzioni su Hong Kong, alle accuse sulla persecuzione della minoranza etnica Uiguri nello Xinjiang, fino ad arrivare al nocciolo della vera contesa, la supremazia tecnologica.

Su quest’ultimo capitolo, gli Stati Uniti hanno già dichiarato guerra alla Cina. In uno speech alla Casa Bianca, il 12 aprile 2019, Donald Trump è stato chiaro, gli Usa non permetteranno a qualsiasi altro Paese, di competere in questa potente industria del futuro. La gara del 5G, è una gara che gli Stati Uniti dovranno vincere. Il pensiero va ovviamente al colosso cinese Huawei, al primo posto nel mondo, nella fornitura delle reti infrastrutturali di telecomunicazione, una fornitura che contribuisce alla metà del suo fatturato (103 miliardi di dollari). Un’azienda nata nel 1987, che grazie ai sussidi governativi, ha potuto tagliare le gambe alla concorrenza internazionale, garantendo prezzi inferiori del 30-40%.

Oltre al problema della sicurezza, costituita dai dati sensibili a cui Huawei può avere accesso e che può fornire in ogni momento, al governo o al partito comunista cinese, come recita l’articolo 7 della legge nazionale sull’intelligence e il controspionaggio: “ogni organizzazione o cittadino, deve supportare, assistere e cooperare con il lavoro dell’intelligence, in conformità alla legge”.

Ma l’ostilità mostrata dagli Stati Uniti, è molto più ampia ed è iniziata da tempo, se andiamo a vedere il National Security Strategy, il documento di sicurezza nazionale Usa, approvato nel 2017, la Cina viene definita una potenza revisionista, che mira a plasmare un mondo antitetico ai valori e agli interessi americani.

Anche se, a guardar bene la storia, furono propro gli Stati Uniti, a desiderare l’apertura della Cina ai mercati internazionali e il suo ingresso nel WTO, nei primi anni 2000. Era infatti il 2001, quando l’allora Presidente Usa, Bill Clinton, sosteneva, in un discorso alla John Hopkins University, che avere il gigante asiatico nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, avrebbe protetto la prosperità degli Usa, le sarebbe stata di vantaggio e avrebbe indotto il giusto cambiamento nella società cinese.

Diciotto anni dopo, la verità è un’altra. L’apertura della Cina al mercato Usa, è costata agli americani, 2,4 milioni di posti di lavoro, secondo uno studio di David Autor, docente di economia al MIT. Il 20% delle grandi aziende cinesi è ancora in mano statale e la società è lungi dall’avere le libertà e i diritti dell’Occidente. Ma in poco più di un decennio, dal 2001 al 2014, il totale delle esportazioni cinesi, di cui gli Stati Uniti, sono il primo Paese di destinazione, è passato da 266 a 2300 miliardi di dollari.

Tuttavia, nonostante l’interconnesione economica, i due Paesi, sarebbero già sull’orlo di una guerra fredda, secondo Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano, ospite, il 21 novembre scorso, del New Economy Forum di Pechino.

In un’intervista a Bloomberg, la volpe diplomatica del ventesimo secolo, sul cui manuale “L’arte della diplomazia”, hanno studiato le feluche del mondo, ha espresso le sue preoccupazioni, auspicando la ricerca di un equilibro, così necessario, in un mondo, che è a suo dire, è tornato ad essere bipolare.