I pericoli della tecnocrazia – di Tito Tettamanti

Tema centrale di questo articolo è l’iniziativa “per imprese responsabili”. Secondo i primi sondaggi godrebbe di una percentuale di approvazione molto alta ma si può sempre sperare.

Dei Weltverbesserer (noi prediligiamo il termine tedesco) si occupa la bonaria ironia di Tettamanti: “il loro errore è la pur apprezzabile ma illusoria convinzione di poter cambiare la natura umana”.

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Democrazia è il termine usato per designare il potere del popolo (dèmos). Similmente tecnocrazia sta ad indicare quello dei tecnocrati. Un potere quest’ultimo che dal dopoguerra via si è sempre più ampliato, anche in virtù della maggiore complessità dei problemi che la nostra società deve affrontare e che richiede un crescente intervento di esperti. Non possiamo fare a meno della tecnocrazia ma al contempo dobbiamo renderci conto che gli esperti lavorano su dati, statistiche, simulazioni che si avvicinano alla reale società, ma che rimangono pur sempre approssimative e imperfette. Particolarmente fallaci quando si estendono su lunghi periodi temporali. Anche gli esperti sono degli esseri umani. Se così non fosse i famosi piani quinquennali delle burocrazie comuniste o meno non avrebbero conosciuto i ben noti fallimenti.

La tecnocrazia tende all’uniformità, a un mondo idealmente tutto uguale: da un lato ciò facilita il suo compito, dall’altro è la sua aspirazione e permette un più efficiente controllo. Così facendo incorre in due pesanti errori. Dimentica che il diritto emerge dalla storia, ha una lunga sedimentazione in culture diverse e millenarie e pertanto va rispettato nelle diverse espressioni che corrispondono a contesti culturali distinti. Non può limitarsi e consistere nell’emanazione di leggi uniformi che giovano al potere per esigenze del momento, avulse dalle e dimentiche delle realtà culturali. È singolare poi il fatto che una tecnocrazia convinta sostenitrice della multiculturalità, al momento del riconoscimento e dell’applicazione del diritto abbia atteggiamenti e posizioni smaccatamente e arrogantemente eurocentrici.

L’altro errore lo si riscontra nelle diverse autorità eurocentriste in relazione con i diritti dell’uomo. Consiste nel non riconoscere che anche per questi diritti vi possano essere diverse declinazioni ritenendo erroneamente che l’unico metro di giudizio valido e da applicare sia quello del modello europeo e della cultura tendenzialmente socialdemocratica sviluppata in Europa nel dopoguerra. Quelli che noi definiamo diritti dell’uomo nel mondo induista e buddista (che rappresenta una minoranza non trascurabile) sono, semplificando, conosciuti come Dharma, che copre e dà coesione a concetti quali giustizia, morale, legge, religione e destini. Quando si viene poi a sapere che Cina, Russia e Cuba sono recentemente entrati a far parte del Consiglio dell’ONU per i diritti dell’uomo ci rendiamo conto di quanta ipocrisia siano ammantate molte reboanti declamazioni ad uso del «popolo».

I due errori di base della tecnocrazia sono massicciamente presenti nell’iniziativa popolare federale «Per imprese responsabili – a tutela dell’essere umano e dell’ambiente». Un’iniziativa che, totalmente dimentica della diversità delle realtà, degli usi, degli atteggiamenti, delle legislazioni, vorrebbe imporre alle ditte svizzere operanti all’estero di comportarsi rigidamente come fossero nell’ambito svizzero, non solo ma imporre una responsabilità alle stesse per le azioni di succursali organizzate e necessariamente gestite secondo le usanze locali e addirittura per sottoappaltanti e fornitori di servizi del posto. Siamo tornati ai tempi delle missioni protestanti che partivano da Basilea per convertire il «selvaggio». Avendo avuto esperienze operative in economie emergenti penso che gli iniziativisti non si rendano conto di quanto sia complicato agire in certe realtà e quanta pazienza e duttilità siano necessarie per confrontarsi con autorità e burocrazie inette, pretestuose, bizantine e inclini a redditi di potere, ma anche con realtà e culture fortemente diverse dalla nostra.

Solo l’inesperienza di una tecnocrazia astratta può immaginare che si possa operare come in Svizzera in qualsiasi posto del mondo ed in più assumendosi anche l’incarico di istruire le popolazioni e modificare i costumi. Non per nulla del comitato di opposizione all’iniziativa fa parte la consigliera nazionale Isabelle Chevalley, una verde che opera in Africa nell’aiuto allo sviluppo. Deplora l’atteggiamento degli iniziativisti che vorrebbero far credere a un confronto di buoni contro cattivi e ritiene che l’iniziativa avrebbe effetti negativi invece di essere di aiuto allo sviluppo.

Sostenitori dell’iniziativa sono anche degli idealisti, categoria alla quale dobbiamo rispetto e che suscita simpatia. Purtroppo il loro errore è la pur apprezzabile ma illusoria convinzione di poter cambiare la natura umana, di essere capaci di riformare completamente la società, ignorando le profonde radici di culture, costumi, storie millenarie diverse. Non ci dilunghiamo sui disastri causati da diversi idealismi sfociati in sciagurate dittature. In politica concretamente per avere progressi – che si sono avuti – si esige un realismo che non dimentica che le persone sono imperfette e che i risultati duraturi si ottengono per le vie di una lenta evoluzione al prezzo di sacrifici e mai con le rivoluzioni.

Concludendo, un’iniziativa tecnocratica che tende a punire le multinazionali, le quali ristruttureranno certe attività e al limite le cederanno a delle ditte cinesi, che l’ONU attesta essere un Paese sensibile in materia di diritti umani. Quelli che soffriranno le conseguenze saranno collaboratori svizzeri che potrebbero perdere l’impiego e più ancora quelli locali che passeranno a lavorare per strutture del posto a condizioni sicuramente peggiori.

Tito Tettamanti

Pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata