Due mostre fotografiche alle Gallerie d’Italia

di Cristina T. Chiochia

Le Gallerie d’Italia di Piazza Scala sono un museo milanese creato da Intesa Sanpaolo, in Italia. Realtà interessata da sempre a rappresentare il mondo che circonda una società grazie anche al patrimonio artistico collezionato negli anni, fornisce una view speciale ora per merito del suo archivio fotografico che nel 2022 diventerà un nuovo museo -e una nuova sede- a Torino.

Una Milano che non si ferma, come recitavano gli spot dello scorso anno. Esattamente a un anno dall’inizio dell’emergenza della pandemia.

Una Milano privata che diventa pubblica.

E così, come un itinerario spirituale che collega le sale, hanno riaperto al pubblico la mostra che proseguirà sino al 16 maggio dal titolo “MA NOI RICOSTRUIREMO”. Una serie di immagini della Milano bombardata del 1943 custodite nell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo che vanta oltre 3.300 fotografie dei bombardamenti durante la Seconda Guerra Mondiale. Il curatore, Mario Calabresi, ne ha scelte 70.

70 gigantografie in bianco e nero di 11 luoghi noti di Milano.

Non scorci paesaggistici deprivati di tutto dall’orrore della guerra, ma simbolo unico della città stessa che dialogano con delle gigantografie attuali e silenziose, scattate durante la pandemia. Sì. La pandemia.

A un anno di distanza, il pubblico puo’ osservare il “suo” Cenacolo, la  “sua” Galleria Vittorio Emanuele, il “suo” Sant’Ambrogio, Brera, l’Università Degli Studi di Milano del Filarete o la stessa piazza Fontana come immensi set fotografici devastati dagli attacchi aerei del 1943 e resi scenario immobile durante la pandemia che li ha seviziati con il silenzio 70 anni dopo. 

Immagini che rappresentano un volto dove tutti si possono immergere grazie alle proiezioni sul pavimento della mappa colorata. Testimonianze silenziose di un futuro che non aspetta nessuno se non si concretizza quella che spesso viene definita “la ripartenza”.

Ed in questa ripartenza quasi metafisica della città, si esprime la seconda mostra per immagini sempre presso lo stesso museo, complice anche il bellissimo libro catalogo edito da Skira.

Mostra coraggiosa e commovente quella inaugurata gli scorsi giorni nella sede di Piazza della Scala a Milano e che dall’ 11 febbraio fino all’ 11 aprile 2021,  presenterà la mostra “Carlo Mari. Io Milano. Aprile 2020. La città vista dai Carabinieri attraverso l’occhio di un fotografo”, quasi come quadri di una esposizione esistenziale. A un anno esatto dall’inizio di tutto.

Nel Chiostro dunque le  47 gigantografie delle foto di Carlo Mari dialogano con le date in cui sono state scattate che ripercorrono l’orrore di quei giorni attraverso il fasto silenzioso dello scorrere del tempo. Complice l’omonimo volume edito da Skira, anche questa seconda mostra va oltre le foto e compone in un bianco e nero cupo quasi cimiteriale, il senso straordinario del vuoto di quei giorni scomponendolo e declinandolo in una sospensione scenica che diventa narrativa di quell’Aprile 2020 dove tutto, sì, a Milano si era fermato.

Immensi silenzi che diventano spazio narrativo e che accolgono i frammenti  quasi dell’aria mossa solo dalle immagini dove la presenza umana è quella del controllo sociale rappresentato dalle forze dell’ordine italiane dei Carabinieri.

Il passaggio tra umano e inumano, a differenza della prima mostra fotografica sui bombardamenti allestita nella sala delle Colonne, è più difficile da sostenere con lo sguardo, forse proprio per questo. Perché , purtroppo, la pandemia non è ancora un ricordo per nessuno ed ancora il controllo sociale è necessario, ma la citta’ della moda, del design e dell’alta finanza  italiana in questa mostra, metafisica, si “spoglia” della negatività dell’evento, per rivestirsi di nuovo e futuro.

Come? Con un forte messaggio di speranza. Dove Milano è come una stella di carta. Ha una forza, quella tipica di questa città… che dà (e vuole sempre) molto in cambio. Passo dopo passo. Milano è cosi’. Ma non si puo’ non amarla, anche solo un po’. Una Milano nuova e riconoscibile quella delle foto scelte in mostra e per il libro di Skira: “così le fotografie hanno interpretato la città, restituendocela per come la troveremo. Tutte insieme rappresentano anche lo stimolo a ricominciare, questa volta con garbo e rispetto. Sì, perché all’ombra del Duomo il tempo non ha mai rappresentato pigrizia o nostalgia, bensì solo un viatico per modificarsi, in meglio peraltro” .Con l’augurio che questo nuovo appuntamento con la Storia , rappresenti un nuovo viatico per modificarsi, sempre in meglio.

Cristina T. Chiochia