La Turchia di Erdogan, sempre più paurosamente guerresca, si prepara ad una campagna militare per scacciare i curdi fuori dalla regione di Sinjar, nel nord dell’Iraq.
Aumenta così la tensione tra Ankara e Teheran, entrambe infatti mirano alla ricca città di Mosul, che nell’ottica turca appare, come riporta Mariano Giustino per l’huffington post, come “un’eredità ottomana perduta”.
In una guerra ormai senza esclusioni di colpi, tra la parte curda-irachena e quella turca, in un’escalation di violenze, vengono colpite, da caccia e da droni turchi, anche aree di civili.
Dietro l’offensiva turca c’è la chiara intenzione di prendere Mosul, mentre nella contro offensiva irachena c’è la volontà di limitare l‘espansione dello Stato Islamico.
Se, da un lato, l’Isis, dopo la disastrosa (e, per la civiltà diremmo pure “gratificante”) ritirata, è ormai distrutto, dall’altro lato l’Iraq non ha trovato stabilità e anzi rischia, soprattutto nel nord, di scivolare tra le mani della bramosa Ankara.
Mentre la nuova America di Biden ha ripreso i bombardamenti in Siria, l’Iraq e l’Iran si sono notevolmente avvicinati in funzione antiatlantista, e il divario tra oriente e occidente si è, mondialmente, paurosamente ampliato.
In un tale inferno, minatorio per la stabilità dei Paesi, s’introduce pure la Turchia nazionalista di Erdogan, che estende i propri confini, mirando, addirittura, a chiedere che siano ridisegnate le cartine siglate in seguito alla Prima Guerra Mondiale.
Insomma, la Turchia di Erdogan alimenta timori nel mondo arabo, ma quel che più fa preoccupare è che tali timori siano invece sottovalutati dal mondo occidentale.
Nel frattempo, Papa Francesco, di ritorno dall’Iraq, comunica: “Il mondo non ha ancora preso coscienza che migrare è un diritto umano” e, dalla conferenza stampa sull’aereo da Baghdad a Roma, parlando della sua visita storica, si dice pronto a un altro viaggio, questa volta in Libano e conclude: “In questi mesi senza viaggi mi sono sentito in prigione”.