Sotto il titolo “l’Economia con Amalia” la ricercatrice e docente (e politica) Amalia Mirante diffonde da alcuni mesi con regolarità a un folto numero di iscritti articoli di commento ai più importanti fatti economici di attualità.

Questo l’ultimo, di particolare interesse, che abbiamo ricevuto.

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Questa settimana l’avvenimento che ha focalizzato l’attenzione internazionale è stato lo sgarbo diplomatico fatto dalla Turchia alla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen. Giunta all’incontro organizzato tra lei, il presidente del Consiglio europeo Michel e il presidente Turco Erdogan, ha preso atto con un certo stupore che le sedie a disposizione dei partecipanti erano solo due. Naturalmente i due colleghi uomini prendono posto sulle sedie e lei… si siede sul divano. E mentre il mondo si domanda come ciò sia potuto accadere e soprattutto quali saranno le reazioni tenuto conto anche del fatto che di recente la Turchia è uscita dalla Convenzione di Instanbul il cui scopo è prevenire la violenza contro le donne, leggiamo le dichiarazioni di fine incontro che parlano di riavvicinamento tra la Turchia e l’Unione Europea. Ogni tanto la diplomazia e gli interessi sovranazionali appaiono alquanto bizzarri.

Un’altra notizia è apparsa quantomeno bizzarra ed è quella relativa alla multa di 2.6 miliardi di franchi inflitta al colosso del commercio on-line Alibaba. L’azienda vieta ai produttori di cui vende i prodotti di venderli anche su altri siti. La Cina ha ritenuto questa pratica una manifestazione di abuso derivante dalla cosiddetta “posizione dominante” che si manifesta quando un’azienda ha una quota di mercato così grande da consentirle di avere un potere nei confronti delle altre imprese tale da modificare a suo vantaggio le regole del mercato. Da qualche mese a questa parte anche la Cina pare quindi aver scoperto i danni che possono fare al mercato le aziende che diventano troppo potenti e così, oltre ad Alibaba, nel mirino delle autorità sono finite anche Alipay (pagamenti on-line), Tencent (portali, social, giochi via web) e altri colossi cinesi. Un sorriso un po’ amaro scappa quando si pensa a ciò che accade in Cina e che ce la fa giudicare tutt’altro che un’economia e una società libera.

E invece dove la libertà di associarsi c’è, ecco che la si rifiuta. In Alabama, negli Stati Uniti, i dipendenti di Amazon hanno largamente bocciato la proposta di aderire a un sindacato. Un po’ in antitesi a quanto denunciato altrove: qualche settimana fa avevamo parlato dello sciopero in Italia e pochi giorni dopo abbiamo letto le denunce di collaboratori di Amazon che svolgevano le consegne ed erano costretti a urinare in bottigliette di plastica per non perdere tempo. Il sindacato americano che ha portato avanti la proposta denuncia Amazon di aver fatto pressioni per manipolare il voto e annuncia un ricorso. Ma contando i dati bisogna prendere atto che solo il 45% dei votanti ha detto sì a questa forma di protezione del lavoro.

E prendendo spunto dalla segnalazione di uno di voi, Romano che ringrazio, commentiamo la notizia del forte aumento che si sta registrando sui prezzi delle materie prime. L’aumento vertiginoso tocca tutti i settori. Sappiamo che gli aumenti in questo caso possono dipendere da fattori differenti. Quello dei generi alimentari come il riso, la soia e il frumento parrebbe dipendere ancora dalla pandemia e dalla rincorsa ad accaparrarsi beni primari. L’aumento dell’acciaio e dei prodotti siderurgici sembrerebbe dipendere da un forte aumento della domanda di costruzioni in Cina. Ma anche rame, petrolio, ferro, legno non stanno indietro: in questo caso i prezzi sarebbero lievitati a causa delle difficoltà di far circolare le merci in questa situazione pandemica. Tutto ciò ha ripercussioni enormi sui costi sostenuti dalle aziende (e alcune paiono ora in grandissima difficoltà a mantenere i prezzi delle offerte fatte mesi or sono) e sui tempi di consegna. Fatti questi che si ripercuotono inevitabilmente sulle persone.

E infine questa settimana gli articoli scritti sul blog si sono occupati di due temi importanti. Il primo, Credit Suisse non ne imbrocca una. Da Wirecard ad Archeghos passando per Greensill Capital, ha trattato della vicenda di Credit Suisse che nell’ultimo anno è stata protagonista di scelte di investimenti decisamente sbagliate (ringrazio Mirko per la segnalazione di un errore nel testo). Ad oggi pare che la perdita sia quantificata in 4.4 miliardi di franchi. Fatto questo che ha causato una forte riduzione del dividendo per azione, il ridimensionamento dei bonus per i manager e l’allontanamento di alcuni responsabili. Si vocifera pure di una probabile vendita della divisione Asset Management che è quella che si occupa della massimizzazione del rendimento nella gestione patrimoniale e che di certo non ha spiccato per grandi doti nell’ultimo periodo. 

E infine il Fondo Monetario Internazionale questa settimana si è unito alle voci di coloro che chiedono di aumentare le tasse per frenare l’aumento delle disuguaglianze ancora più ampliato dalla crisi del Covid-19. Nell’articolo “Il Fondo Monetario vuole aumentare le tasse. Ma è davvero la soluzione?” ci chiediamo fino a che punto la soluzione possa essere l’aumento delle imposte. A nostro avviso perché le misure siano efficaci e portino risultati concreti è necessario agire alla base intervenendo sui meccanismi che consentono un’accumulazione spropositata. Bonus multimiliardari, milioni di transazioni speculative al secondo, paradisi fiscali dove i colossi spostano gli utili per non essere tassati: qui ci vogliono scelte coraggiose e regolamentazioni specifiche. 

AMALIA MIRANTE