Il figlio del Presidente, è un avvocato ed è un padre. É anche un ex tossico dipendente, finito nel vortice della delinquenza, invischiato, forse anche volontariamente, in video hot con prostitute ucraine. Insomma, un personaggio a tutto tondo, che ha generato una persona travaglia, la quale, ora, si confessa in un libro.

Beautiful things, cose bellissime, è il titolo del libro-confessione del figlio del 46esimo Presidente degli Stato Uniti. Hunter sembra aver compreso che sia necessario offrire al mondo un’immagine di sé non migliorata, ma, almeno consapevole. Dopo essere stato messo alla berlina dal confronto Trump-Biden, nel quale il 45° Presidente aveva rinfacciato all’avversario di avere un figlio tossico, il figliol prodigo in questione sente la necessità di divenire, o di ritornare se stesso.

Ed il suo libro, una toccante confessione senza veli, inizia da quando, bambino, fu vittima dell’incidente nel quale persero la vita la madre e la sorellina.

“È il 18 dicembre del 1972. Mio padre è appena stato nominato senatore, si trova a Washington DC. Mia madre Neilia, trent’anni, giovane e bellissima, porta me che ho tre anni, mio fratello Beau di quattro e la nostra sorellina Naomi a comprare l’albero di Natale in un negozio di Wilmington”. Un istante e accade l’inferno.  Un autoarticolato che trasportava pannocchie li travolge. Si salvano solo lui e Beau.

“ricordo di essermi svegliato in una stanza d’ospedale con Beau nel letto accanto al mio. Vedo le sue labbra che si muovono, e ripetono tre parole all’infinito: “Ti voglio bene. Ti voglio bene. Ti voglio bene”.È così che siamo diventati noi due.”

Le cose belle del titolo sono quelle che Hunter avrebbe dovuto fare con suo fratello Beau, quando questi avrebbe sconfitto il tumore al cervello. Sì, perché un’altra battaglia si è avventata contro la famiglia da un lato di successo, dall’altra disastrata dei Biden. E Beau, che ha vinto la battaglia ma perso la guerra, è morto nel 2015.

Hunter ricorda quindi tutte le avversità che ha dovuto affrontare, complice, forse, lui stesso: , il primo bicchiere di champagne bevuto a otto anni, le prime dipendenze a venti, le gare, vinte, nel riuscire a bere sempre, cinque volte più degli altri, sino alle cliniche di riabilitazione, e poi, ancora, la vodka e il crack, sino all’urina comprata per poter passare ai controlli.

E un padre, Joe Biden, nonostante tutto, che lo perdona sempre, che non lo abbandona mai, e che si innervosisce, quando Trump gli fa notare le dipendenze del figlio e risponde all’avversario “sono fiero di lui, ha vinto le sue battaglie”.

Hunter, “cacciatore”, non si sente in imbarazzo per tutto questo amore, che potrebbe apparire immeritato. Carlo Emilio Gadda descrisse bene la sensazione del “fratello sbagliato”, cioè lui, rimasto a vivere, invece del fratello “migliore”, morto in un campo di prigionia austriaco durante la prima guerra mondiale. Così, forse, un per è stato per Hunter, che però poi, dopo la morte di Beau, ha avuto una storia con sua cognata, la vedova del fratello. “E’ stata un’unione della disperazione” dichiara.

Poi, ancora, lo scandalo di Hunter stesso su Burisma e gli affari dei Biden in Ucraina, scoppiato mentre Trump stava per vincere, e poi il fato, la metabolè della tragedia, ha dato invece la vittoria a suo padre. “Dov’è Hunter”? si chiedevano allora i conservatori, per canzonare la sua assenza di colpevole.

“Dov’è Hunter?” ripete egli stesso nel libro. E si risponde: “Sono qui. Ho affrontato il peggio e sono sopravvissuto al peggio. Conosco quanto possa essere estremo il successo e quanto estrema sia la rovina. attorno a me c’è una famiglia forgiata dalla tragedia e tenuta insieme da un amore enorme e indistruttibile”.

Oggi, Biden, cinquantun anni e padre di tre figlie, con un passato da alcolista (“Avevo una tale voglia di bere che mi ritrovavo a stappare la bottiglia acquistata al negozio dietro l’angolo prima di aver rimesso piede in casa”) e di drogato (“Compravo il crack per le strade di Washington, e mi «cuocevo» la dose nel bungalow di un albergo di Los Angeles”), con un matrimonio “è andato a rotoli dopo vent’anni di felice convivenza” che racconta di essersi  “trovato più volte con una pistola puntata alla tempia” e di essere, infine, “asceso alla Resurrezione” grazie ad un solo elemento: l’amore, incondizionato, di suo padre.

“Joe ridusse la scorta al minimo e si presentò a casa mia. Lo lasciai entrare. Lui restò sconcertato dallo spettacolo che gli si parò davanti. Mi domandò se stessi bene e io gli risposi che sì, certo, stavo benone. “Non stai affatto bene, Hunter” replicò lui, scrutandomi e percorrendo l’appartamento con lo sguardo. «Ti serve aiuto.» (…).”.

“Papà è così”, conclude Hunter, “cerca sempre di ricordarmi che non tutto è perduto”. E alla fine, sembra esserci riuscito. Ai microfoni della Cbs, Hunter ha detto di non aver mai pensato che suo padre lo avrebbe abbandonato e, anche se “Beau era quello bravo, disciplinato e affidabile”, anche per chi si crede peggiore c’è sempre la luce del miglioramento, della Resurrezione*, per dirla, in termini non tanto cristiani, quanto piuttosto Tolstoiani.

*Resurrezione, infatti, è proprio il titolo del bellissimo romanzo di Lev Tolstoj, nel quale un ricco borghese decide di salvare dalla prostituzione la ragazza che lui stesso aveva inavvertitamente corrotto. Ma, in questo caso, di chi è, tra i due, la Resurrezione?