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Nota. Il discorso dell’on. Valenzano è stato disturbato dagli schiamazzi organizzati di alcuni facinorosi. Non ci sono stati incidenti di rilievo.

Ad alcuni turisti che cenavano placidamente al Sass Café abbiamo dovuto spiegare la situazione, impegnandoci e facendo del nostro meglio.

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Care Concittadine e care concittadini,Care e Cari Luganesi,

Care e cari turisti,

sono lieta di essere qui, questa sera, insieme a voi.

Tengo innanzitutto a ringraziare la collega e i colleghi di Municipio che mi hanno invitata a pronunciare l’allocuzione in qualità di neo-municipale e di 5° donna eletta nell’Esecutivo della Città di Lugano, in occasione dei 50 anni dall’introduzione del suffragio femminile in Svizzera.

Un ringraziamento preliminare lo voglio anche fare alla polizia, ai pompieri, alla protezione civile, ai sanitari, ai volontari e a tutti coloro che si sono adoperati in questi giorni di maltempo e che sempre si adoperano per la sicurezza dei cittadini e della nostra città.

Certo si può sempre migliorare, così come si può sbagliare, l’importante è mettersi in discussione proprio per migliorare.

A loro va il mio grazie più sentito e so che la maggioranza della cittadinanza condivide questo mio ringraziamento.

Nei giorni scorsi avevo naturalmente riflettuto a lungo, preparando il discorso per questa sera.

La festa del Primo Agosto è una ricorrenza importante per noi Svizzeri e ha sempre il sapore di qualcosa di particolare, che evoca in ognuno di noi ricordi speciali.

Le contestazioni degli ultimi giorni mi hanno naturalmente toccata e mi dispiaccio molto che nel 2021 a Lugano, nella civilissima e democratica Svizzera, riconosciuta nel mondo come esempio di elevato senso civico, sia così difficile trovare un modo propositivo per manifestare idee e posizioni diverse, che sono del tutto legittime, soprattutto se dal confronto si vuole che nascano delle soluzioni.

Diverso invece, se la contestazione e gli strali sono fini a sé stessi, ma allora significa che il fine perseguito non è affatto legittimo. È emozionante poter tenere questo discorso in Piazza della Riforma; un luogo meraviglioso che ha una grande importanza per la nostra Città. Questa piazza ha anzitutto una valenza d’incontro per la nostra comunità, di cui cogliamo il significato soprattutto ora dopo i molti mesi nei quali non abbiamo potuto stare insieme.

Piazza della Riforma è anche un luogo storico, identitario, di amicizia e di scambio. Chi in questi giorni ha invitato a fischiare il mio discorso, ha posto la domanda a sapere cosa avrebbe fatto Guglielmo Tell, trovandosi in disaccordo con l’Autorità.

Ebbene, la risposta è scolpita nell’estremità più alta della facciata di Palazzo Civico, dove troviamo un simbolo che sovrasta questa piazza da quasi 180 anni, quando nel 1844 è stato edificato. Se guardate in alto, sopra allo stemma di Lugano – opera dello scultore Monzini di Clivio – vedete scolpito un berretto.

Si tratta del cappello di Guglielmo Tell. Un simbolo profondamente ancorato alle celebrazioni del Primo Agosto, che ci rimanda a un’altra piazza svizzera; quella di Altdorf, dove – secondo la leggenda – il nostro eroe nazionale si rifiutò di riverire il berretto simbolo dell’autorità imperiale.

Ecco la risposta al contestatore moderno: Guglielmo Tell non fischiò, non lanciò strali, non inneggiò alla rivolta ma rimase libero di non riverire l’Autorità.

Il cappello scolpito sulla sommità di Palazzo Civico simboleggia quindi l’indipendenza confederale e ci ricorda anche l’importanza della difesa della libertà nella costruzione del nostro mito nazionale.

L’importanza del confronto e del dialogo per la vita civica, politica, democratica e sociale di tutti noi svizzeri.

Se ci pensiamo, è una tappa importante anche nella crescita di ogni individuo, lo sanno bene i genitori: la personalità dei nostri figli e delle nostre figlie si costruisce anche nella contrapposizione, a volte accesa (come in questo periodo), e noi siamo chiamati ad ascoltare, accogliere, spiegare, dialogare ed accompagnare nella crescita.

La piazza, quindi, è un luogo nel quale si crea e si definisce l’identità personale, quella collettiva e finanche quella territoriale. La piazza è il luogo dove si entra in relazione e si conosce “l’altro”; un luogo nel quale si impara a stare insieme.

Peter Bichsel, tra i più critici ma intelligenti osservatori del nostro Paese, scrisse nel volume “La Svizzera dello svizzero” che i confederati delle diverse regioni linguistiche, pur essendo molto diversi tra loro, sono comunque felici di stare insieme. Felici di vivere in un paese ricco di culture diverse, che hanno scelto di vivere insieme.

Lo scrittore lucernese dice: “Sono contento che ci siano i Ticinesi, gli Svizzeri romandi e i Romanci (…), perché così potremo impedirci di diventare tipici”.Il nostro Paese è costruito sul valore delle differenze e sulla capacità di farle coesistere, riuscendo a dialogare per trovare soluzioni condivise persino in lingue diverse, dove sappiamo che ognuno può parlare la sua lingua perlopiù essendo capito dagli altri.

L’esempio perfetto è il nostro parlamento federale, dove i parlamentari possono esprimersi nella loro lingua.

Lugano è una Città accogliente, che non vuole una cultura univoca. Lugano, malgrado le accuse di questi giorni, ha una visione culturale “al plurale”, come la definiva il sociologo Michel de Certeau.

Lugano vuole favorire un approccio che fa dialogare culture differenti, che valorizza tradizioni, visioni eterogenee e linguaggi diversi, nel rispetto delle libertà di tutti e del buon vivere comune. Lo sappiamo, ne siamo persuasi, ed è la realtà stessa a dircelo, con la convivenza serena di ben 136 nazionalità rappresentate tra i nostri abitanti.

Lo spazio pubblico è forse il luogo più adatto nel quale coltivare il dialogo. Italo Calvino nelle sue “Città invisibili” ricordava che: “Ogni volta che si entra nella piazza ci si trova in mezzo a un dialogo”.

Dialogare comporta la capacità di ascoltare, mettersi in gioco, sospendere il giudizio, superare i pregiudizi, mediare, trovare un punto di incontro o, anche, accettare di non essere d’accordo. Il dialogo vero è un gesto di grande apertura, perché lascia aperta la porta (o almeno uno spiraglio) al cambiamento, alla possibilità di scoprire una realtà più vasta rispetto a quella che già si conosce e quindi di progredire. Questo vale per le persone, le istituzioni e naturalmente la politica.

Il dialogo è dunque l’elemento cardine della democrazia diretta.

Come ci ricorda sempre Peter Bichsel, nei parlamenti del nostro Paese la democrazia viene garantita. A praticarla però dobbiamo essere tutti noi cittadini, confrontandoci e discutendo anche al di fuori delle aule parlamentari. Il fatto che i cittadini facciano sentire le loro idee e il loro punto di vista alla politica, è fondamentale.

Il nostro auspicio è che la piazza possa essere luogo di incontro e dialogo propositivo.

Il nostro impegno è, e sarà anche in futuro, quello di aprire tutti i canali per evolvere e crescere nell’ampio e aperto spazio di democrazia a disposizione, nel rispetto ovviamente delle comuni regole di civiltà.

I moti di Lugano del 1798 – che si svolsero proprio qui in Piazza Riforma quando i Volontari luganesi respinsero i Cisalpini che volevano annettere la città alla repubblica –, il patto di indipendenza del Grütli nel 1291, così come la leggenda di Gugliemo Tell o ancora il mito di von Winkelried, costituiscono da sempre la narrazione del nostro Paese nelle sere del primo agosto.

Tutte queste vicende, non dimentichiamolo, mettono in valore soprattutto i simboli di libertà e di indipendenza.

Ma la data forse più importante per la “libertà” nel nostro paese è il 12 settembre 1848, quando la Costituzione federale ha fondato la democrazia elvetica e gettato le premesse per l’unificazione economica della Svizzera e il rinnovamento delle istituzioni. A ben vedere anche in quell’occasione – che oggi ricordiamo come uno dei momenti più importanti della storia svizzera – non tutto filò liscio. Le discussioni furono molte e a tratti anche accese. La proposta era infatti sgradita, oltre che a una parte importante del popolo svizzero, anche e soprattutto ai Ticinesi, che votarono contro la nuova Costituzione poiché avrebbe sottratto al Cantone importanti risorse finanziarie derivate da dazi e imposte.

Una votazione che in quei giorni di settembre fece parecchio borbottare i luganesi nei bar di Piazza Riforma. Si votò, non si fischiò coralmente e non si inneggiò alla rivolta.

Libertà significa libertà per tutti e – fatemi aggiungere – per tutte. La data del 7 febbraio 1971 è, in questo senso, emblematica. Rappresenta una pietra miliare per il nostro Paese.

Quest’anno celebriamo infatti i 50 anni della conquista del diritto di voto ed eleggibilità delle donne a livello federale.

Un traguardo per il quale le donne scesero in piazza a Berna, il 1° marzo 1969, quando si venne a sapere che il Consiglio federale era intenzionato ad aderire alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1948 con la riserva però del suffragio femminile.

Fino ad allora la strategia volta a conquistare il voto alle donne era stata quella della cautela, per non mostrarsi ostili agli occhi degli uomini che avrebbero dovuto riconoscere loro proprio quel diritto.

In Ticino e a Lugano le attiviste, coordinate dal Movimento Sociale Femminile, poi divenuto “Associazione ticinese per il voto alla donna”, per farsi conoscere e per sensibilizzare l’opinione pubblica luganese utilizzarono tutti gli strumenti di comunicazione a loro disposizione: la stampa, le trasmissioni radiofoniche, la diffusione di opuscoli e volantini, l’organizzazione di conferenze e incontri pubblici (allora non c’erano i social media).

Davvero degna di nota fu la votazione di protesta del 1957, sostenuta dal Municipio e organizzata a Lugano in reazione alla chiamata alle urne dei cittadini svizzeri per legiferare in merito all’imposizione del servizio civile obbligatorio per le donne (come vedete la storia si ripete).

Ben 2’675 donne luganesi gettarono simbolicamente una scheda nell’urna a Palazzo Riva di Santa Margherita. Votarono, simbolicamente, non fischiarono e non inneggiarono alla rivolta.

Celebrare l’ottenimento dei diritti politici femminili significa oggi sottolineare anche le disuguaglianze fattuali che ancora purtroppo caratterizzano la nostra società in diversi ambiti. Disuguaglianze a livello salariale, disuguaglianze nella partecipazione democratica attiva, disuguaglianze nella promozione dei ruoli di genere e persino nella denominazione di piazze e strade.

Prima che da politica, da donna e da mamma di due figlie, mi rendo perfettamente conto che resta ancora molta strada da fare. Il 14 giugno 2019 è stato incoraggiante vedere qui in Piazza Riforma tante donne (e anche uomini), giovani e meno giovani, far sentire la loro presenza e voce per i diritti delle donne, sottolineando civilmente il ritmo troppo lento della progressione della parità di genere in Svizzera. È significativo il fatto che in più di 50 anni di eleggibilità delle donne in Ticino, io sia soltanto la quinta donna ad essere stata eletta in seno all’Esecutivo di Lugano. (Prima di me sono diventate

Municipali Valeria Galli, Nicoletta Mariolini, Giovanna Masoni Brenni e Cristina Zanini Barzaghi.) Mi auguro che nella piazza politica e istituzionale luganese, ma anche in quella cantonale e federale e nelle funzioni della società civile si possano in futuro accogliere molte più donne.

La mia passione per la politica è riconducibile proprio a una figura femminile, mia nonna. Quando ero bambina, tutte le domeniche di voto mi portava con sé alle urne e – sulla strada da casa al seggio – mi ricordava di quanto quello che stava facendo fosse importante.Mi raccontava di come lei e le donne del suo tempo avessero vissuto sulla loro pelle la fatica per ottenere quel diritto.

Mi diceva sempre che votare non è soltanto un diritto, ma anche e soprattutto un dovere. È grazie al suo insegnamento che sono cresciuta con la consapevolezza, fondamentale, che i diritti e anche i doveri politici, sociali e civici stanno alla base della nostra società libera. L’esistenza e la garanzia dei diritti è infatti data dal rispetto di altrettanti doveri! Non c’è libertà senza responsabilità. Dobbiamo ricordarlo tutto l’anno, non solo il Primo Agosto.

Desidero concludere dicendovi che l’augurio sincero mio e del Municipio per Lugano è che su questa piazza, le presenti e le future generazioni trovino sempre un luogo privilegiato per stare insieme.

Insieme per dialogare, discutere, confrontarsi, immaginare, progettare, realizzare, festeggiare e sognare.

Mi auguro che sotto al cappello di Guglielmo Tell potremo continuare a celebrare la straordinaria libertà del nostro Paese; sia sulla piazza sia dentro al palazzo.

Mi auguro che sotto il berretto dell’indipendenza la politica, le istituzioni, le cittadine e i cittadini possano continuare a dialogare.

E per dialogare meglio credo che tutti condividiamo che è necessario ascoltarci meglio e sicuramente parlare in modo che l’altro possa capirci.

Per sottolineare questo desiderio – poiché crediamo nell’universalità del linguaggio della musica –, abbiamo chiesto alla Filarmonica di Lugano di eseguire, prima dell’inno svizzero, un breve estratto del “Tutto cangia il ciel s’abbella”, il meraviglioso finale dell’opera del Gugliemo Tell che descrive la fine della tempesta e celebra magistralmente l’indipendenza, la libertà e la bellezza del nostro Paese.

Che le note di Rossini suonate questa sera sotto al cielo di Piazza della Riforma siano il miglior auspicio per dissolvere le nuvole sopra Lugano e rasserenare il clima nella nostra città.

Buon primo agosto Lugano!

Buon primo agosto a tutti voi!