di Francesco Pontelli, economista

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Una delle motivazioni che portò la politica ed il governo Andreotti, con l’appoggio della classe dirigente ed accademica italiana, ad indicare nella privatizzazione del sistema bancario (legge Carli Amato) la soluzione per evitare crisi furono le tristi vicende del Banco di Napoli e del Banco di Sicilia il cui dissesto finanziario costò complessivamente circa 22.000 miliardi di lire, quindi circa 13 miliardi di euro al valore attuale. Alla luce delle dinamiche delle crisi, succedutesi negli ultimi anni nel nostro Paese, di troppi istituti di credito legittimamente, anche in considerazione dei costi sociali ed economici, nascono dei dubbi così come emergono i limiti di una soluzione ad un problema molto complesso come la gestione del sistema bancario.

Pixabay (Michele Palmieri)

La sola crisi del Monte dei Paschi di Siena è costata alle finanze pubbliche, fino a questo momento, oltre 11 miliardi di euro (6.9 miliardi di capitale investito dal ministro Padoan in un istituto di credito risultato ultimo in Europa  negli stress test il cui valore attuale è di 750 mln), (https://www.ticinolive.ch/2021/08/03/il-monte-dei-paschi-sottoposto-a-uno-stress-test-risultato-inquietante/). A questi andranno aggiunti i prossimi tre (3) miliardi aggiuntivi per il finanziamento degli ammortizzatori sociali come “pretesa contropartita” voluta da Unicredit (il presidente di Unicredit è lo stesso Padoan, ex ministro).

E’ paradossale poi come, per assorbire e mitigare gli effetti della drastica riduzione degli occupati in seguito alla “fusione” tra due istituti bancari, se ne debba fare carico sempre lo Stato al fine di rendere finanziariamente sostenibile l’acquisizione della banca senese dal gruppo privato UniCredit: il soggetto pubblico (come azionista di maggioranza) garantisce quindi la sostenibilità finanziaria dell’operazione all’istituto privato acquirente. Se poi lo stesso acquirente, cioè l’amministratore delegato di Unicredit, è anche uno dei responsabili in qualità di consulente del dissesto finanziario di MPS, nata dall’acquisizione di Antonveneta ad un valore 3,2 volte superiore alla valutazione del mercato, si delinea ancora più chiaramente “la partita di giro” tra istituti. Entrambe le operazioni, quindi, risultano finalizzate non a crescite strutturali per competere nel mercato finanziario internazionale, l’unica vera motivazione di queste operazioni è semplicemente la creazione di plusvalenze finanziarie da distribuire agli azionisti.

Tornando, poi, al quadro generale, se si volesse integrare a questi costi anche quelli della crisi finanziaria di Veneto Banca e Popolare di Vicenza in termini di azzeramento del risparmio privato pari a undici (11) miliardi più 1,7 miliardi di euro di risorse pubbliche per un ridicolo risarcimento pari al 30% degli investimenti ma solo fino a 100.000 euro di investimenti, il conto dei costi pubblici a sostegno di un sistema privato diventa imbarazzante. Anche perché il default delle banche venete va inteso come la sintesi di una scellerata gestione i cui costi si sono riversati sui sottoscrittori delle quote di risparmio e successivamente diventati azionisti a causa di una disgraziata decisione politica del governo Renzi di trasformare le quote di risparmio in capitale di rischio attraverso la trasformazione in Spa.

Una scelta imputabile alla intera classe ministeriale del governo, quindi, ancora una volta, al ministro Padoan con il suo vice Calenda. A questi costi economici e sociali vanno aggiunti anche gli oltre due (2) miliardi della crisi di Banca Etruria e di istituti minori. Risulta evidente come la semplice privatizzazione del sistema bancario sia costata in termini di risorse pubbliche ed azzeramento di risorse private molto più di un sistema pubblico degli istituti di credito.

La soluzione alla pessima gestione degli istituti di credito da parte della classe politica e dirigente, quando questi erano pubblici, non poteva venire indicata nella semplice privatizzazione che avrebbe bypassato ogni responsabilità dei dirigenti e dei politici del passato ma soprattutto del futuro prossimo. In questo senso va ricordato come competenza e capacità risultino verificabili sia all’interno di un azionariato pubblico che di quello privato.

In questo contesto, poi, NON va dimenticata la sciagurata riforma coniata dall’Unione Europea con l’introduzione del “bail in” la quale, di fatto, ha trasformato nel 2016 ogni deposito oltre i 100.000 euro in capitale di rischio ma senza riconoscere alcun diritto per i titolari dei c\c o partecipazione agli eventuali dividendi ma anzi subendo, anno dopo anno, la crescita dei costi di gestione. Tantomeno la riforma del bail-in che coinvolge i risparmiatori nei rischi gestionali e di impresa dell’Istituto di credito riconosce agli stessi la possibilità di intervenire all’interno della complessa gestione dell’istituto. Ennesima riprova della inconsistenza politica dell’Unione Europea, in questo assolutamente simile a quella dimostrata dalla classe politica italiana.

Il comprendere come le semplici proprietà pubbliche o private non garantiscano dall’incompetenza pubblica e tantomeno dalla avidità privata (come la gestione di autostrade, tanto per fare un altro esempio di scellerata privatizzazione che ha portato alla riduzione del 98% delle spese di manutenzione) è stato ampiamente dimostrato. Troppo spesso la politica per propria incompetenza o per ambigua vicinanza a gruppi di interesse ha indicato come soluzioni di complesse problematiche reali le strategie più semplici lasciando di fatto inalterato il problema, ponendo magari anche le basi di uno scenario ancor più disastroso considerate le possibili occasioni di speculazioni venutasi a creare.  Ovviamente con il consenso disinteressato dell’Unione Europea.