Calisto Tanzi, imprenditore del marchio Parmalat (che con lui divenne una delle aziende più conosciute al mondo), protagonista del crac del 2003 e della tempesta che ne seguì, si è spento oggi, 1° gennaio 2022 a 83 anni.

Tanzi, diplomato in ragioneria, aveva cominciato l’attività con un piccolo caseificio a Collecchio ribattezzato Dietalat nei primi anni Sessanta. La sua principale intuizione era stato il TetraPak, ovvero la confezione in cartone e a lunga conservazione in cui si specializzò l’azienda.

Tra gli anni ’70 e ’80 aveva investito massicciamente nella promozione commerciale dei propri marchi, con una campagna pubblicitaria aggressiva, per sbaragliare la concorrenza, attraverso campagne pubblicitarie innovative e programmi di sponsorizzazione sportiva (nei quali rientrarono i campioni di sci alpino Gustav Thöni e Ingemar Stenmark, i piloti di Formula 1 Niki Lauda e Nelson Piquet e della scuderia Brabham), negli anni Ottanta aveva acquistato il Parma Calcio, neopromosso in serie A, che durante la sua gestione aveva conquistato vari successi, tra cui la Coppa delle Coppe a Wembley nel 1993.

Poi, nel 2003, era finito in carcere insieme ad altri dirigenti e manager per il terribile crac finanziario che aveva sconvolto non solo Parma ma l’intera nazione, quindi ai domiciliari per questioni di salute.

Il crac era avvenuto dopo un buco nei conti che aveva portato l’azienda a essere considerata tecnicamente fallita già nel 1989. Il 17 dicembre del 2003, dopo il mancato pagamento di un bond da 150 milioni di euro e le voci su un passivo che spinsero la Consob ad avviare accertamenti, Tanzi presentò come garanzia della solidità finanziaria del gruppo un deposito di 3,95 miliardi di euro intestati a una controllata presso Bank of America. Il giorno stesso, però, la banca smentì l’esistenza del conto.

Si scoprì così che il patron e il suo direttore generale Fausto Tonna avevano falsificato il documento ritoccandolo a mano e passandolo allo scanner.

Il processo per bancarotta fraudolenta che lo aveva visto imputato si concluse nel 2014 con una condanna a 17 anni e cinque mesi di reclusione.