Le agenzie americane hanno rivelato che furono settori del governo ucraino ad autorizzare l’attentato terroristico a Dugina, attentato di cui gli Usa, sostengono, non erano a conoscenza. Ora, sempre gli Stati Uniti, sostengono che il vero obiettivo degli ucraini era Alexander Dugin, ma ci ha rimesso la figlia.

Lo riporta il New York Times, sottolineando che gli Stati Uniti non hanno fornito alcuna assistenza, di intelligence o logistica, nell’attentato.
Il Nyt riporta come fonti governative riferiscano di non essere state messe a conoscenza dell’operazione e che, se fossero stati consultati, si sarebbero opposti all’attentato. Le conclusioni dell’intelligence Usa riguardo alla responsabilità di Kiev nell’attentato a Dugina sono state comunicate la scorsa settimana all’Amministrazione Biden.
L’Ucraina continua a negare qualsiasi coinvolgimento riguardo alle conclusioni dell’intelligence Usa.

Forse Dugina, filosofa e figlia di un filosofo, morta a 30 anni, esplosa in un attentato terroristico, nella torbida ed orrida guerra fra Russia e Ucraina, diventerà una martire, perché forse, grazie alla sua morte, gli Stati Uniti lasceranno cadere il loro appoggio all’Ucraina, evitando, così di fomentare le ire della Russia.
Come ha recentemente dichiarò il venerando diplomatico Kissinger, rifiutare ogni dialogo con la Russia non porterà a nulla di buono.
Allo stesso modo, ostinarsi in una negazione senza profitto delle colpevolezze della “parte offesa”, cioè l’Ucraina, non può che fomentare l’irascibilità della regina delle steppe e delle nevi, espressa attraverso bombe e minacce di nucleare.
Così, dunque, Dugina, ragazza dalle controverse dichiarazioni in merito al popolo Ucraino, figlia di Dugin, filosofo dalle altrettanto controverse dichiarazioni putiniane (ma l’unilaterale mainstream filozelenskiano non rende qualsiasi divergenza colpevole di filoputinismo?), potrebbe divenire vittima suo malgrado immolata alla causa della pace.
Il New York Times, infatti, ha esplicitato quello che già si sapeva (ma che nessuno osava dichiarare, nonostante la fattuale ovvietà), cioè il coinvolgimento ucraino nell’omicidio della filosofa.
Gli Usa non hanno mai nascosto il loro ruolo nell’appoggiare le forze di Zelensky tra allenamenti e forniture militari, intelligence e missilistica (la Casa Bianca, insieme alla Nato, è generosa: ha fornito oltre 15 miliardi di dollari di materiale); poi, però, quando Kiev avrebbe iniziato a nascondere le informazione agli Stati Uniti, quando la riconquista Ucraina della Crimea ha iniziato a risultare possibile, quando la Casa Bianca si è opposta alla richiesta di tank moderni, caccia e soprattutto razzi a lungo raggio, ecco allora emergere la conclusiva possibilità che la rinnovata guerra fredda potesse fermarsi, o, almeno, lenirsi.
Come scrive il Corriere della Sera “La guerra ha una componente segreta, sabotaggi ed esplosioni avvenute ancor prima dell’inizio delle ostilità. Solo che l’attentato contro Darya Dugina è avvenuto nel cuore della Russia ed ha coinvolto un personaggio simbolico. Le fonti di intelligence del New York Times hanno chiamato in causa gli ucraini ipotizzando che siano stati i servizi o forse solo una componente”.
Perché questo cambio di rotta da parte degli Stati Uniti? Prosegue il Corsera “il doppio «teatro» offerto può essere legato alla difficoltà di capire con certezza chi abbia agito nel pianificare l’omicidio (lo ammettono le medesime fonti) ma diventa anche una via d’uscita, un margine di manovra per Kiev”.
O forse, più semplicemente, l’America vuole sottrarsi al “lavoro sporco” rifiutandosi, nonostante il sostegno massiccio offerto alla resistenza Ucraina, di dichiarare il proprio coinvolgimento nell’attentato terroristico ad una giovane filosofa russa.