di Tito Tettamanti

I tempi cambiano, le generazioni si inseguono, sensibilità e abitudini si modificano in una parola il mondo progredisce. Poi a seconda dei sentimenti (e anche dell’età) lo si considererà vero progresso o si rimarrà in posizione critica lodando i bei tempi passati.
Una notevolissima modifica ha investi to il lavoro ed il suo mondo. Con indubbi progressi. Le nuove forme, l’ausilio di macchine, la possibilità di operare in ambienti più salubri, meno pericolosi, aver più tempo libero grazie all’aumentata produttività, potersi dedicare anche ad altri interessi, lavorare non dovendo solo eseguire ordini ma collaborare a soluzioni, vedere il proprio contributo più apprezzato e possibilmente meglio remunerato non possono in linea di massima che venir giudicate positivamente.

Purtroppo una modifica che non è certo un progresso, ma ha un impatto a mio modo di vedere estremamente negativo, è quella che concerne la dignità del lavoro, il valore che il lavoro riveste nell’ambito della società. Negli anni ’50, quando sono entrato nel mondo del lavoro, l’atteggiamento era ben diverso.

Aspiravamo già durante gli studi a venir inseriti e far carriera nella società. Il lavoro non era per molti solo la fonte di sussistenza (e anche più) ma la via per raggiungere una posizione, un modo per venir apprezzati, rispettati, per contribuire in modo attivo allo sviluppo della società stessa. È nei miei ricordi la frase di William Shakespeare che affermava che un lavoro che ci fa piacere diventa un divertimento.

Ora, guardando la società odierna, dobbiamo constatare che ben diverso è l’atteggiamento prevalente nei confronti dell’impegno lavorativo. È considerato sempre più spesso tempo puramente dedicato a una fonte di guadagno, indispensabile per la maggioranza per poter avere la possibilità nel tempo libero di dedicarsi ad attività più divertenti, siamo diventati una società ludica, con una massa di sportivi televisivi in poltrona.

Da noi in Svizzera si sta diffondendo l’abitudine del lavoro parziale, che ci permette di dedicare più tempo ad altro. Dato che ciò è maggiormente diffuso tra laureate e laureati ne deriva uno scompenso nella società. Trovo socialmente preoccupante che studenti universitari, spesso figli di famiglie agiate, possano usufruire di studi prolungati negli anni (il bachelor non basta, bisogna fare un talvolta inutile master), pagati dai contribuenti, tra i quali vi sono giovani operai ed impiegati, e al termine degli studi optino per il lavoro parziale per godere di maggior tempo libero e di conseguenza avere anche il privilegio di pagare imposte inferiori alla propria potenzialità. Il che pone socialmente degli interrogativi relativi al conflitto tra la libertà di poter disporre del proprio tempo e la solidarietà verso una società che ci ha pagato gli studi.

Infine vi è un ultimo preoccupante fenomeno che ha già raggiunto sviluppi che impressionano. È quello dei NEET (Not engaged in Education, Employment or Training), giovani dai 18 ai 30 anni che non studiano e neppure (per scelta loro) lavorano. Totalmente inattivi. Che fanno tutto il giorno? Ipotizzabile che passino parecchie ore davanti a qualche schermo rimbecillendosi con Youtoube, Tiktok, Facebook, Instagram eccetera. L’atteggiamento è diffuso e concerne, stando alle statistiche dell’OECD il 15% dei giovani in quella fase d’età in Francia, il 16% negli Stati Uniti, ma già l’11% anche in Svizzera. Sarebbero 2 milioni in Italia.

Pascal Perri in un suo libro (Génération farniente) parla addirittura di allergia al lavoro, è preoccupato per le teorie che sostengono il valore dell’ozio il diritto alla pigrizia, peggio ancora cita la tesi di una certa sinistra che afferma che non bisogna lavorare perché con il lavoro forniamo carburante al capitalismo che schiaccia gli individui. Katharina Stoffer, 26 anni, dirigente dei “Giovani Verdi” in Germania è contro il lavoro in un mondo che giudico ormai in rovina. E i soldi? Basta, sostiene lei, aumentare massicciamente le imposte ai ricchi, più pesanti imposizioni sull’eredità e i patrimoni alfine di finanziare un importante salario di cittadinanza. Sembra facile…

Potremmo consolarci pensando che l’allergia al lavoro inteso in senso comune sia compensata con un’altra forma di lavoro, quella del pensiero e dello studio e potremmo rievocare abitudini e forme dell’antichità.

Purtroppo è un’illusione, abbiamo un numero sempre maggiore di giovani che al termine della scuola dell’obbligo (forse troppo permissiva?) hanno difficoltà a formulare una frase o a leggerla per non parlare della matematica.

Si troverà senz’altro qualche sociologo che difenderà questo atteggiamento quale rifiuto di una società ingiusta, di una legittima nuova forma di lotta di classe e reazione allo sfruttamento, opposizione al mito della efficienza. Come noto i sociologi sono dotati di una inesorabile inventiva, specie quando si tratta di individuare punti deboli della società.

Ognuno ha diritto alle sue opinioni, a me, che sono un sempliciotto, questo nuovo l’homo ludens pare solo l’espressione di una pesante decadenza, che valorizza l’ignoranza facendo perdere dignità.