L’intervista all’autrice per la casa editrice, Transeuropa Edizioni
La casa editrice scrive (a proposito di questa mia nuova raccolta – atipica – che comprende alcune mie poesie, un mio saggio sul senso del “vivere poeticamente il mondo”, e un esercizio finale di scrittura creativa per i lettori):
«Ci sono libri che nascono per fare luce, e autrici che sanno farlo senza mai alzare la voce. In questa intervista Emanuela Vezzoli racconta Breviario con una sincerità che conquista: la scrittura come gesto quotidiano, la memoria che diventa materia viva, il bisogno – oggi più che mai – di trovare un ordine dentro il rumore del mondo.
Un dialogo ricco, che lascia intravedere l’officina da cui nasce uno dei titoli più sorprendenti della nostra stagione editoriale.»
Ecco le domande dell’editore e le mie risposte:
1. Come nasce l’equilibrio tra spiritualità e corpo che attraversa il Breviario?
Questo equilibrio non nasce né come tentativo di sintesi né di conciliazione, bensì di coinerenza originaria: la rûah non è l’opposto della carne, ma il suo soffio primo, la sua grammatica pre-verbale.
La poesia, qui, non si pone come mediazione (concettuale) tra metafisica e bios, ma cerca di darsi come ritrovamento del luogo in cui i due sono coestensivi.
Nella misura in cui l’atto linguistico vuol essere performativo (“fai nuovo verso”, “incantami”), allora, la spiritualità si mostra come attività del corpo: non simbolo, dunque, quasi fenomenologia del tatto.
Se il salmo notturno attraversa il corpo, non è metafora, è verità incarnata.
2. Che rapporto hai con l’ebraico biblico e con l’uso di parole come Shekinah, Bereshit, Tzimtzum, Rûah?
Le parole bibliche proliferano nel Breviario come stanze fonetiche e semantiche dell’origine.
Non si pongono come concetti, bensì come “organismi del dire” (secondo la linea Scholem-Petrarca): shekinah instaura una liturgia dell’abitare, bereshit istituisce la dimensione dell’incipit infinito, tzimtzum determina la postura del restringersi per lasciar accadere l’altro, rûah genera la misura pneumatica dell’esistere.
L’ebraico, così vissuto, non appartiene (sol)tanto al campo delle “lingue sacre”, ma a quello del campo d’esistenza: parole che non descrivono il reale, ma lo istituiscono – si pensi a Heidegger, a Rilke.
In questo e nella tentacolarità dei suoi sensi primi, la mia esigenza del recupero di tale codice.

3. Perché immaginare il libro come un “breviario”, compagno quotidiano e forma minuta?
L’aggettivo “minuto” è qui sinonimo di “concentrato”. La brevitas non alleggerisce, densifica (nell’approccio cabbalistico di Scholem, la miniatura è l’unico formato capace di “portare peso”), essa assume la postura dello tzimtzum: contrazione intenzionale che crea spazio.
La forma breviariale non rimanda tanto alla liturgia ecclesiastica, quanto alla funzione del compendio: si tratta insomma di un libro che non pretende di dire il mondo, ma di fornire luoghi di rivelazione microscopica, spazi dove il reale si svela per saturazione, non per addizione.
Il gioco finale di interazione con il lettore, infine, dovrebbe portarlo a ricordare, giorno per giorno, che c’è una dimensione salvifica nella quale dirsi a un livello, a un ritmo, con una lingua e in un luogo diversi.
4. Da dove viene la grammatica imperativa che anima tante poesie?
L’imperativo che attraversa il Breviario, oltre a risuonare delle vibrazioni del Cantico dei Cantici, non appartiene all’ordine dell’imposizione, bensì a quello dell’in-vocazione (forse anche dell’e-vocazione heideggeriana, in cui il verbo chiama il mondo a essere). L’imperativo si fa dunque “grammatica del bisogno”, non del dominio; è canto salmodico rovesciato: non “Agisci, o Signore”, ma “Agiscimi, o Tu” – in un gesto ove la parola non rappresenta l’alterità, ma la attiva in sé, dentro un verso che si pone quale rito performativo, non quale esclusiva struttura comunicativa. Le sue principali matrici respirano nella retorica biblica, nella parola che opera, e nell’idea di un destinatario quale agente ontologico.
5. Cosa significa, per te, tornare alla Parola originaria come gesto poetico?
Quell’“origine” non è arcaica, ma pre-categoriale. L’atto poetico non regredisce verso l’età del mito, bensì anticipa la lingua rispetto al concetto.
Il mio gesto, qui, non è interpretazione retrospettiva, ma interpretazione generativa, crea senso nel nominare.
L’origine è dunque luogo di possibilità, non di nostalgia; è l’alfabeto come matrice dell’essere, non solo come sistema di segni.
6. Quanto Emily Dickinson continua a nutrire il tuo immaginario?
Emily (poetessa che percorro da quasi vent’anni e che è stata soggetto della mia tesi magistrale, e lo è di molti miei incontri e seminari) non opera in me soltanto come modello formale, ma come orizzonte gnoseologico.
La categoria dello slant – il dire obliquo –, ad esempio, assume nel Breviario un valore ontologico: la verità non si afferra frontalmente, perché il reale stesso è eccedenza che richiede “inclinazione percettiva”.
La sua presenza non è intertestuale, ma isotopica: riguarda il modo di percepire il mondo come enigma accessibile anche attraverso un linguaggio che non violi, ma lambisca.
7. Come scegli gli spazi del quotidiano che diventano luoghi di rivelazione poetica?
La geografia che ho inserito nel Breviario non privilegia luoghi “alti” o “eccezionali”, perché assume che la shekinah sia immanente. Il parchetto periferico, il ponte ceduto, il supermercato non sono scenografie, sono soglie.
Si tratta di interstizi del reale, dove una metafisica del minimo trova la sua più alta epifania. Lo spazio ordinario si sacralizza e accoglie.
8. Quale ruolo ha il corpo nella tua poesia, tra anatomia, simbolo e invocazione?
Nel Breviario il corpo è luogo altro del divino, lì la rûah si fa atto e l’origine entra per tessuto nervoso.
La corporeità è dunque epistemologia: si conosce e si dice (perciò si crea) attraverso ossa, gola, pelle. L’idea è quella di una metafisica incarnata.

9. Cosa ti ha portato a lasciare al lettore spazi bianchi da abitare con la propria scrittura?
Trovo quello spazio bianco un varco di apertura dialogica, non di sospensione – ennesimo atto di tzimtzum: contrazione dell’autore per lasciare che il lettore co-crei.
Non credo nella poesia come monolite di senso; credo piuttosto nell’ospitalità del testo, che inaugura e non possiede.
10. Qual è l’immagine-origine che senti all’inizio della tua voce poetica?
L’immagine d’origine potrebbe essere pneumatica: non figura visiva, ma ritmo respiratorio. La poesia nasce dove il fiato diventa struttura, dove il respiro non è fisiologia ma grammatica ontologica, dove la rûah primeva si convoglia e, dalla gola (così come accadeva dal chásma nell’antica Grecia), emerge e viene decriptata e tradotta in un linguaggio strutturato.
Si tratta di una postura ventrale (rhm), officinale, anteriore al concetto e posteriore al puro grido.
La voce poetica non discende allora dall’alto, né ascende dall’intimo: avviene nella tensione tra i due, come se l’origine fosse lo spazio che si crea per lasciar accadere il senso.