Scoperto un rarissimo affresco del “Buon Pastore” in una tomba del III secolo

Un ritrovamento eccezionale getta nuova luce sulle origini dell’arte cristiana in Asia Minore. Nella necropoli di Hisardere, nei pressi dell’odierna İznik – l’antica Nicea, città destinata a segnare in modo decisivo la storia del cristianesimo – gli archeologi hanno portato alla luce un affresco del III secolo d.C. raffigurante Gesù come “Buon Pastore”, custodito all’interno di una camera funeraria straordinariamente conservata.

Si tratta di un ritrovamento di importanza capitale: è l’unico esempio finora noto in Anatolia di questa iconografia, una delle più antiche e simbolicamente dense della tradizione cristiana. Gli studiosi parlano già di una delle testimonianze più rilevanti dell’arte cristiana primitiva in Asia Minore.

Un Cristo giovane, romano, senza barba

L’affresco presenta un’immagine di Gesù lontana dalle raffigurazioni bizantine e medievali cui siamo abituati. Il Cristo è giovane, imberbe, vestito con una tunica semplice, secondo i canoni figurativi dell’arte romana del II–III secolo. Porta una pecora sulle spalle ed è affiancato da coppie di capre ai lati, in una composizione che richiama apertamente il linguaggio simbolico pastorale diffuso nel mondo pagano.

Questa scelta iconografica non è casuale. Il “Buon Pastore” cristiano nasce in un contesto di dialogo visivo con la cultura classica, attingendo a modelli già noti – come il kriophoros, il portatore d’ariete – per veicolare un messaggio nuovo. Siamo in una fase in cui il cristianesimo non ha ancora codificato un proprio linguaggio artistico autonomo, ma riplasma l’eredità figurativa romana per esprimere la propria teologia.

Una tomba dipinta tra fede nuova e tradizione antica

La camera funeraria che custodisce l’affresco risale anch’essa al III secolo d.C. ed è decorata su tre pareti e sul soffitto, un fatto raro per il grado di conservazione raggiunto. Accanto al “Buon Pastore”, compare anche una scena di banchetto aristocratico con una coppia reclinata, tema tipico dell’arte funeraria romana e simbolo di status, continuità familiare e speranza di beatitudine ultraterrena.

La coesistenza di simboli cristiani e motivi pagani all’interno dello stesso spazio sepolcrale racconta meglio di qualsiasi trattato la complessità religiosa dell’epoca: un tempo di transizione, in cui le nuove credenze si innestano lentamente su strutture simboliche più antiche, senza fratture improvvise ma attraverso un processo di integrazione e reinterpretazione.

Il Buon Pastore: un’immagine di salvezza

L’iconografia del Buon Pastore affonda le sue radici nel Vangelo di Giovanni (10,11):
«Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la vita per le sue pecore.»

In ambito funerario, questa immagine assume un significato particolarmente potente: Cristo come guida, custode e salvatore delle anime, colui che attraversa la morte per condurre alla vita. La scelta di questa figura in una tomba del III secolo suggerisce una fede già matura, capace di esprimersi visivamente in modo sobrio ma teologicamente profondo.

Nicea prima di Nicea

Il ritrovamento acquista un valore ulteriore se si considera il contesto geografico e storico. Nicea sarà, un secolo più tardi, il luogo del primo Concilio ecumenico (325 d.C.), cuore della definizione dottrinale del cristianesimo. Questo affresco testimonia che già prima della svolta costantiniana, la fede cristiana era presente, viva e culturalmente integrata nel tessuto dell’Asia Minore.

Un’immagine silenziosa, nascosta per secoli sotto la terra, restituisce oggi il volto più antico di Cristo: non il Pantocratore, ma il Pastore, giovane e vicino all’uomo, in un mondo che stava imparando, lentamente, a riconoscerlo.

Liliane Tami