Luogo: la cella di Berkeley. Una fessura nella pietra lascia filtrare una luce malata. Fuori, un vento di pioggia.
Tempo: la notte che precede la morte del re.
(Sulla scena, Edoardo II, scalzo, vestito di stracci regali. Le catene gli serrano i polsi. È pallido, disfatto. La voce, roca ma ferma, nasce dal silenzio come un rantolo di memoria.)
EDOARDO II:
(guarda verso l’alto, quasi cieco)
Chi bussa? Nessuno.
Chi parla? Nessuno.
Eppure sento i passi della mia ombra,
che mi precede nella fossa.
(ride amaramente)
Un tempo le porte si spalancavano,
e cento bocche gridavano: “Il Re! Il Re!”
Ora, anche i topi mi voltano le spalle.
(pausa, con voce più bassa)
Questa è la mia corona:
ruggine, fango, e il fiato del vento.
Questa la mia corte:
il silenzio, e il dolore che non dorme.

(si inginocchia, guarda le mani)
Mani che firmarono condanne,
mani che toccarono il potere come un dio cieco…
Ora tremano come mani di un mendicante.
Oh, Dio!
Non togliermi l’ultima cosa che mi resta:
la mia voce.
Fammi gridare, almeno —
che il mondo sappia che il suo re muore da uomo,
e non da bestia.
(si alza con fatica, verso il muro)
Isabella…
ti vedo ancora, nel sogno e nel veleno.
Regina dal cuore di vetro,
mi hai dato il trono e mi hai tolto il respiro.
Ti ho amata con l’incoscienza del sole,
e tu mi hai lasciato solo con la notte.
(con furore represso)
Mortimer!
Tu che hai vestito la mia corona col sangue,
ascolta, codardo!
Ogni pietra di questa cella
sarà testimone del tuo peccato!
E quando i vermi mangeranno il mio corpo,
avranno il tuo nome nel ventre.
(si ferma, la voce si spegne nel pianto)
Gaveston…
Mio dolce amico,
mio peccato e mia gioia.
Ti hanno ucciso per colpire me,
e ora, uccidono me per dimenticarti.
Tu almeno — aspettami.
Aspettami dove la vergogna non arriva.
(pausa lunga. La torcia vibra.)
Il fuoco… guarda, anche lui vacilla.
È stanco di me, come tutti.
Eppure, se potessi,
gli chiederei di restare.
Un ultimo lampo, prima del nulla.
(guarda verso la luce morente)
Cos’è un re, quando il trono marcisce?
Un uomo, nudo come la verità.
Un uomo che ha avuto troppo,
e ha perso tutto.
(la voce si abbassa, quasi un sussurro)
Padre…
se ancora mi guardi da quel trono di ferro e cenere,
sappi che tuo figlio muore
non di spada, ma d’oblio.
(si inginocchia, la torcia si spegne lentamente)
Addio, terra che non mi vuoi.
Addio, mare che non mi ascolti.
Addio, Inghilterra —
che mi hai fatto re,
e mi seppellisci uomo.
(La torcia si spegne. Un colpo di vento. Silenzio. Si ode in lontananza il cigolio del portone che si apre.)