INDRO MONTANELLI

Indro Montanelli nacque a Fucecchio, in Toscana, nel 1909, in una famiglia borghese e colta. Il padre, mazziniano e insegnante di liceo, gli trasmise una formazione laica e risorgimentale: l’amore per la patria, la diffidenza verso i dogmi, la convinzione che la storia fosse fatta più di uomini che di ideologie.

Da giovane, Montanelli si formò all’università di Firenze, dove studiò Giurisprudenza e poi si perfezionò a Ginevra e a Lipsia, respirando un’Europa inquieta e febbrile. Come tanti della sua generazione, vide nel fascismo di Mussolini la promessa di una rinascita nazionale — ma fu un’illusione che presto si incrinò.


L’avventura africana e la “macchia” etiope

Negli anni Trenta partì come corrispondente per raccontare la guerra d’Etiopia. Fu lì che si compì uno degli episodi più discussi della sua vita: il matrimonio “di guerra” con una ragazza etiope di dodici anni, una pratica comune tra gli ufficiali italiani dell’epoca, che lui stesso più tardi ricordò con un certo imbarazzo e un disarmante candore.

Questo episodio, emerso e discusso molto più tardi (soprattutto negli anni Duemila), resta una ferita nella sua biografia: un segno del tempo coloniale, certo, ma anche della distanza morale tra l’Indro di allora e quello che sarebbe diventato.

INDRO MONTANELLI

Dal fascismo al carcere

Montanelli scriveva già per il Giornale d’Italia e il Corriere della Sera, ma la sua penna, ironica e disincantata, iniziò presto a dare fastidio al regime. Nel 1939, le sue corrispondenze dalla Finlandia — in cui descriveva con simpatia il piccolo popolo che resisteva all’URSS — irritarono Mussolini, allora alleato di Hitler e vicino a Stalin per convenienza diplomatica.

Fu così che Montanelli conobbe il carcere fascista, nel 1944, alle Nuove di Torino, dove venne detenuto per “attività antinazista”. Uscì poco dopo, e durante la guerra civile scrisse anche per il Corriere, mantenendo sempre una posizione indipendente e scomoda: anticomunista, ma non più fascista; liberale, ma senza fedi politiche.


Il dopoguerra e l’età del Corriere

Nel dopoguerra, Montanelli divenne una delle firme più riconoscibili del Corriere della Sera. La sua prosa — elegante, tagliente, capace di parlare a tutti — gli guadagnò un pubblico vastissimo.
Era, come amava definirsi, “uno spettatore impegnato”: non cercava di cambiare il mondo, ma di capirlo e raccontarlo.

Celebre la sua capacità di descrivere la grande storia attraverso la quotidianità: “Io racconto la Storia dal marciapiede”, diceva.

Negli anni Sessanta e Settanta, il Corriere si spostò verso posizioni più progressiste, e Montanelli, sempre più insofferente, si allontanò. La rottura arrivò nel 1974, quando fondò “Il Giornale nuovo”, poi semplicemente Il Giornale.


Gli anni di piombo e l’attentato

Il Giornale nacque in pieno clima di tensione politica. Montanelli ne fece una roccaforte del liberalismo anticomunista, lontana sia dai compromessi del potere sia dalle derive estremiste.
Nel 1977, mentre usciva di casa a Milano, fu colpito alle gambe da un commando delle Brigate Rosse. Si salvò, e il giorno dopo — con l’ironia che non lo abbandonava mai — disse ai giornalisti:

“Mi hanno sparato alle gambe, ma non alle mani. Domani scrivo.”

Scrisse davvero. E tornò al suo posto, senza scorta, fedele al principio che “la paura è un lusso che un giornalista non può permettersi”.


Lo scontro con Berlusconi e “La Voce”

Negli anni Ottanta, Il Giornale conobbe grande successo, ma anche un progressivo cambiamento: nel 1994, Montanelli si scontrò con Silvio Berlusconi, che nel frattempo ne era divenuto il proprietario.
Quando Berlusconi entrò in politica, Montanelli si dimise, dichiarando:

“Un giornale non può essere di partito, nemmeno del partito del suo editore.”

Poco dopo fondò “La Voce”, giornale coraggioso ma effimero, che durò poco più di un anno. Fu l’ultimo atto della sua avventura editoriale.


L’ultimo Montanelli

Negli ultimi anni di vita, Montanelli scrisse ancora per il Corriere della Sera, tornando quasi “a casa”. Le sue rubriche — Controcorrente, Stanza di Montanelli — erano letture fisse per milioni di italiani.

Morì nel 2001, a Milano, all’età di 92 anni. Al funerale, una folla di lettori comuni, più che di politici, lo salutò come un “testimone del secolo”.


Stile e lascito

Montanelli non fu mai un ideologo, e questo lo rese sospetto a tutti. Aveva una visione tragica della storia, quasi da moralista ottocentesco: l’uomo è destinato a sbagliare, ma deve almeno avere il coraggio di raccontare la verità, anche quando non conviene.

Scriveva con una prosa semplice e precisa, volutamente “popolare”. Diceva:

“Se un lettore deve rileggere una frase per capirla, la colpa è del giornalista.”

Oggi, il suo nome resta inciso nella memoria collettiva non solo per il talento e le contraddizioni, ma per la sua coerenza estrema nel difendere un’idea: che la libertà di stampa è la condizione minima per qualsiasi democrazia.