Era un venerdì, e l’autunno cominciava appena a farsi sentire a Monaco.
Geli Raubal, 23 anni, viveva nell’appartamento del suo zio Adolf Hitler al n. 16 di Prinzregentenplatz, nel quartiere elegante di Bogenhausen. Lui era già un uomo potente: capo del partito nazionalsocialista, con un seguito enorme, ma non ancora cancelliere.

Da giorni, nella casa si respirava tensione.
Geli voleva lasciare Monaco, forse tornare a Vienna per studiare canto e ricominciare una vita indipendente. Hitler, ossessivamente geloso, lo vietava.
Si erano già scontrati più volte. Quella mattina lui partì per Norimberga, per un comizio, dopo un’ennesima lite.

Geli rimase sola, insieme alla domestica e all’autista. Nel pomeriggio ricevette una lettera da un’amica; parlava di Vienna, di speranze, di progetti.
Più tardi, in casa, ci fu un altro litigio — o almeno così riferirono i domestici: Geli voleva partire il giorno dopo, ma Hitler l’aveva fermata, con toni duri.

La sera, l’appartamento divenne silenzioso.
Il giorno dopo, 19 settembre, la domestica trovò la porta della stanza di Geli chiusa a chiave dall’interno.
Dopo aver forzato la serratura, la trovarono morta sul divano, colpita al petto da un proiettile della pistola Walther calibro 6.35 di Hitler, che era posata accanto.
Sul tavolo c’era una lettera incompiuta indirizzata a un’amica a Vienna, in tono sereno: parlava del suo viaggio imminente. Nessun accenno al suicidio.


⚖️ Le indagini ufficiali

La polizia di Monaco, dopo un’indagine sommaria, archiviò il caso come suicidio.
Nessun segno di colluttazione, la porta chiusa dall’interno, il colpo autoinflitto: tutto sembrava coerente con un gesto volontario.
Tuttavia, l’indagine fu rapida e superficiale, e la posizione di Hitler rese la stampa e le autorità estremamente caute.