Nell’autunno del 2016, durante la fase più tossica della campagna elettorale americana, prese forma una delle narrazioni complottiste più influenti dell’ultimo decennio: Pizzagate. L’idea di fondo era semplice, e proprio per questo micidiale: insinuare che un gruppo di esponenti democratici e figure dell’establishment fosse collegato a un presunto giro criminale e pedo-satanista nascosto dietro un ristorante di Washington.

Il problema è che, però, davvero politici importanti come John Podesta avevano a casa loro opere d’arte raccapriccianti raffiguranti sacrifici umani e bambini abusati… con la scusa del “collezionismo d’arte” legittimava, lui ed altri, questo perverso gusto artistico.

Dalle email di WikiLeaks al “codice pizza”

Un carburante potentissimo furono le email trapelate e pubblicate da WikiLeaks (in particolare quelle legate a John Podesta). Nei forum e sui social, frasi banali su cene, eventi e preferenze gastronomiche vennero rilette come “linguaggio cifrato”. È un meccanismo noto: quando si parte dall’idea che esista un segreto, qualunque dettaglio può diventare una “chiave” — e la prova non è più ciò che dimostra, ma ciò che “sembra” suggerire. In questi casi la narrazione è autoreferenziale: più è ambigua, più appare “profonda”.

Marina ABramovic, riti satanici e cannibalismo

Dentro Pizzagate rientrò presto anche un capitolo che mescola estetica e paranoia: l’artista performativa Marina Abramović e il suo lavoro Spirit Cooking. Un’email collegata a quell’opera — e il titolo stesso, volutamente provocatorio nel contesto dell’arte contemporanea — vennero presentati online come tracce di occultismo reale.

Collezionismo e immagini disturbanti: il caso Biljana Djurdjević

l’artista Biljana Djurdjević dipinge immagini di bambini abusati e Tony Podesta colleziona queste opere orrende.

Se digitate su google il nome Biljana Djurdjević trovate le sue orrende opere.