Il processo che si chiuderà oggi a Paolo Gabriele lascia molti interrogativi senza risposta, e soprattutto non spiega il movente del gesto, scrive sabato 6 ottobre Marco Tosatti sul quotidiano italiano La Stampa.
“Oggi Paolo Gabriele dovrebbe essere condannato – scrive Tosatti – al termine di un processo che si è voluto rapido per l’evidente colpevolezza dell’imputato (ma come fa a dichiararsi innocente, con quelle prove?) e per non oscurare mediaticamente un evento, il Sinodo dei vescovi sulla fede…
Sabato scorso, il giorno in cui il processo di apriva, una collega di una televisione straniera, prima di intervistarmi, aveva fatto una carrellata di interviste con fedeli e turisti di tutto il mondo che affollavano piazza San Pietro.
E mi confessava stupita: “Dicono che del processo non gliene importa niente, che non tocca in nessun modo la loro vita e la loro fede”.
Il che è bello ed istruttivo, come avrebbe scritto Guareschi. E ci sarebbe voluta la sua penna per descrivere in maniera adeguata il paradosso di un processo dove sembra che i colpevoli siano i gendarmi, perché lo Stato della Città del Vaticano ha l’unica cella di sicurezza in ristrutturazione; la polizia è talmente poco abituata a questo genere di mestiere che fa le perquisizioni senza guanti e il reo confesso si lamenta perché la cella è stretta e la prima notte non aveva il cuscino.
O l’incredibile circostanza per cui Gabriele, smascherato da don Georg un lunedì resta in giro fino al mercoledì successivo.
… Il processo oggi si chiude. Speriamo che sia seguìto, se non da altri processi, almeno da indagini che ci aiutino a capire come e perché l’aiutante di camera del Papa si trovi a diventare un punto di riferimento per lo scontento di alcuni.
Ora poi si apre il problema: che cosa fare di quest’uomo, i cui contorni umani e psicologici rimangono estremamente oscuri, e certamente non chiariti, e che ancora non ha risposto alla domanda fondamentale : perché ha fatto tutto questo?”
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