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Edward Wilson : guidiamo astronavi con la testa di cavernicoli

Il biologo Edward Wilson, professore emerito a Harvard, propone la sua spiegazione di che cosa ci ha reso umani e ci ha trasformati nella specie dominante: è l’eusocialità.

Mescolando archeologia, biologia evoluzionistica, neuroscienze e matematica, Wilson spiega che a renderci umani e razza dominate è stata l’eusocialità, il livello più alto di organizzazione sociale che si realizza in certe specie animali.
“Siamo tutti eusociali – sostiene Wilson – incarniamo uno strano ibrido, una civiltà da Star Wars con emozioni da età della pietra, istituzioni medievali e tecnologia da semidei.”

Wilson sostiene che l’eusocialità è una delle più grandi invenzioni nella storia della vita: gli esseri umani sono scimmie che vivono in comunità multi-generazionali, praticano la divisione del lavoro e tendono a comportarsi in modo altruistico, proprio come le formiche, ma a differenza delle formiche il genere umano è andato oltre e ha sviluppato una doppia natura conflittuale, egoista e generosa, angelica e diabolica.
“Già nel 2010, in un articolo su “Nature” – spiega Wilson – con Martin Nowak e Corina Tarnita ho sfidato la teoria della selezione di parentela, secondo la quale un organismo rinuncia a una parte delle proprie risorse e si assume una serie di rischi per aiutarne un altro, con il quale ha un legame ravvicinato.
Funziona solo in modo limitato e quindi in linea con la maggioranza degli studiosi degli insetti sociali, avevamo proposto in alternativa la teoria dell’eusocialità, nota anche come selezione multi-livello.”

Interpretando l’evoluzione, l’anziano biologo sostiene che la selezione di gruppo sia responsabile delle nostre virtù, mentre la selezione individuale sia alla radice dei nostri mali, dall’egoismo alla violenza : “Non credo che diventeremo davvero mai pacifici e buoni, perché l’energia delle nostre esistenze proviene dalla competizione.
Pensiamo agli sport e al calcio o alla nostra permanente fascinazione per i contrasti tra gruppi diversi e per le controversie internazionali. È un piacere che definirei istintuale e non credo che ci rinunceremo, ma allo stesso tempo, credo che, se riusciremo a sprecare meno tempo e risorse nei conflitti aperti, potremo far emergere le nostre qualità e così, riconoscendo e accettando la nostra reale natura, realizzare i nostri sogni.”

(Fonte : La Stampa.it)

Redazione

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