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In polemica con Caimi Savoia se ne va sbattendo la porta

Un saggio del suo stile “birichino”

Il leader dei Verdi Sergio Savoia ha lasciato la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Logistica. Nei giorni scorsi Savoia era sceso in accesa polemica con il presidente della Commissione on. Caimi (PPD), non esitando a battezzarlo “bradipo”, come dire (interpretiamo): rallentatore, insabbiatore, inefficiente… Negli ambienti informati si sussurrava ieri che l’esplosivo Verde si trovi ad essere indagato per violazione del segreto d’ufficio. Quasi obbligato “incidente del mestiere”, diremmo.

Dal vivace blog di Savoia – http://blog.savoia.ch – riprendiamo, con il permesso dell’autore, questo spiritoso articolo.

Giovanni Jelmini: un bel tacer…

Il buon Giovanni Jelmini si scaglia come un solo uomo in una difesa d’ufficio di Carlo Luigi Caimi, presidente della Commissione d’Inchiesta sulla Logistica (CPIL). In realtà è una difesa tiepiduccia (perfino alla solidarietà oregiatta c’è un limite). Infatti, non potendo difendere l’indifendibile, Giovanni Jelmini preferisce attaccare me. Guai a spegnere l’incendio, meglio prendersela con quello che grida “al fuoco!”.

In particolare Giovanni Jelmini se la prende con il sottoscritto, reo di aver detto la verità: cioè che CL Caimi se ne deve andare perché, dopo un anno e mezzo di lavoro, non ha scoperto nulla e, tra le altre amenità, si è dimenticato di interrogare Daniele Pronzini, nel frattempo ‘attenzionato’ dalla magistratura. Ritengo, e lo sto dicendo da un anno e mezzo, che il presidente non stia facendo un buon lavoro, che si stia perdendo in mille rivoli, che alla fine non produrremo nulla che giustifichi i costi della commissione e che questo dipenda direttamente dalla personalità, dalla metodologia di lavoro e dalle “priorità” del Presidente. Di più non posso dire (segreto d’ufficio) e Jelmini, che è avvocato, lo sa benissimo, quindi non faccia il sussiegoso chiedendomi di fornire spiegazioni. Lo farò a tempo debito, non si preoccupi. E non sarà un bello spettacolo.

Sempre Jelmini, ammette di “non conoscere i dettagli” e, in definitiva, di non sapere di cosa sta parlando. Il che è una sorpresa relativa. D’altro canto nessuno lo obbliga ad avere un’opinione. Quando non sa cosa dire, può sempre stare zitto.

Infine il presidente del PPD sembra non aver gradito la mia metafora. Dissi che se Caimi interrogasse Hitler, si dimenticherebbe di chiedergli conto delle camere a gas e dell’invasione della Polonia. In compenso alla fine dell’interrogatorio sapremmo tutto sull’arredamento del Nido d’Aquila a Berchtesgaden e sulla collezione autunno-inverno di Eva Braun. Non credo di dover spiegare a Jelmini che si tratta di una metafora: inutile che faccia l’indiano guardando il dito e dimenticandosi la luna.

Infine, siccome gli voglio bene, non infierirò su Giovanni. Sarebbe inutilmente crudele. Povero Giovanni, lui se lo deve tenere il Caimi. Così come dovrà tenersi il risultato della ‘sua’ commissione d’inchiesta. Quella che sarà costata 300’000 franchi e avrà prodotto solo il più costoso piano occupazionale per notai pipidini nella storia del cantone

Sergio Savoia

Relatore

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