Come medico non ho potuto fare a meno di interrogarmi sulle possibili conseguenze riguardo al segreto professionale che vincola gli operatori sanitari a non divulgare informazioni relative alla salute dei pazienti.
Così scrive il dottor Guido Robotti sull’edizione di martedì del Corriere del Ticino : “L’archiviazione di dati medici e la comunicazione tra colleghi e strutture avviene ormai quasi esclusivamente per via informatica; anche nella comunicazione tra medico e paziente il contatto telefonico e tramite posta elettronica acquisisce sempre maggiore spazio.
Soppesare il diritto del singolo cittadino alla difesa della sfera privata e l’interesse della collettività nemmeno in passato era facile.
Informazioni specifiche riguardanti lo stato di salute devono essere esigibili per l’abilitazione a certe professioni (…) Sarebbe però ingenuo pensare che informazioni riguardanti malattie infettive, psichiche, ereditarie non siano di potenziale interesse: è probabile che una maggiore permeabilità del sistema di protezione porti con sé un allargamento della prassi di richiesta dei dati.
La Svizzera è particolarmente severa nella protezione dei dati e nel vietare l’uso di informazioni carpite con mezzi non legali.
Ai fini giuridici fa stato la posizione fisica del server contenente i dati: una banca dati in territorio elvetico soggiace alla giurisprudenza svizzera. È quindi importante sincerarsi che l’archiviazione dei dati medici avvenga su un server stazionato in Svizzera e non all’estero.
Per la medicina del nostro Paese, in particolare per i centri d’eccellenza, ottimizzare la sicurezza della protezione dei dati potrebbe tradursi in un importante vantaggio.”
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