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Zona euro. Il doloroso risveglio dei deboli

Dalla promessa di Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, di fare tutto il necessario per salvare l’euro, Irlanda, Portogallo e Grecia sono scomparsi dalle prime pagine dei giornali.

I tre paesi applicavano il piano di salvataggio dettato dalla troika, (Commissione europea, Banca centrale europea e Fondo monetario internazionale) sotto l’occhio più sereno degli investitori.
Dopo una prima esplosione, i tassi d’interesse dei loro prestiti erano scesi a livelli ragionevoli, il che faceva sperare di poter normalmente tornare sui mercati finanziari, una volta estinti i piani d’aiuto.

Tutto questo potrebbe essere stata solo un’illusione. La prospettiva di un rovesciamento della politica eccezionale della Federal Reserve ha reso di nuovo nervosi i mercati finanziari, drogati di liquidità a livelli inverosimili.
Di nuovo, l’idea di investire in Portogallo, o in Grecia o in Irlanda è stata scartata da più parti e i tassi dei rispettivi paesi sono nuovamente e notevolmente aumentati.

Va detto che il nervosismo degli investitori non è solo causato dalla Federal Reserve. Ad esempio, la brutale chiusura operata dal governo greco della televisione di Stato ha ricordato a che punto la riforma del settore pubblico possa essere delicata e causare malessere.
La troika minaccia di non versare alla Grecia i soldi tanto attesi del piano di soccorso, qualora il governo di Atene non riuscisse a ristrutturare la sua funzione pubblica come previsto. Ennesima difficoltà dell’attuazione di un piano di aiuti che punta a privatizzazioni di difficile realizzazione.

Più della Grecia, è il Portogallo che focalizza l’attenzione : considerato sin qui un buon allievo dalla troika, Lisbona aveva visto assestarsi il consenso attorno al rigore applicato. Al paese è stato concesso un aiuto per 78 miliardi di euro nel 2011.
Il ministro delle finanze responsabile dell’attuazione del rigore di bilancio ha dato le dimissioni lo scorso 1. Luglio, di fronte alle forti critiche dell’opposizione socialista.
La sua sostituzione con l’ex segretaria di Stato al Tesoro, che intende condurre la stessa politica di austerità, ha portato alle dimissioni del ministro degli affari esteri.
Il premier Pedro Passos Coelho ha sempre più difficoltà a governare e l’opposizione chiede elezioni anticipate. La crisi politica causata dall’austerità di bilancio mette a rischio il rispetto delle condizioni volte a ottenere gli aiuti dei creditori internazionali.

Il debito del Portogallo dovrebbe raggiungere il 124% del Pil nel 2014 (contro l’84% del 2009). Gli esperti del Fondo monetario internazionale ritengono che il paese sia sulla via dell’insolvibilità di bilancio.
In questo contesto, il ritorno del Portogallo sui mercati sembra utopico. Tutto dipenderà dalla Banca centrale europea e dal suo atteggiamento al di là delle promesse di Mario Draghi di mantenere i tassi ancora bassi per molto tempo.
Se il Portogallo fosse capace di tornare sui mercati da solo e in maniera durevole, la BCE potrebbe attivare il programma di aiuti che aveva annunciato nel settembre 2012 per sostenere il debito portoghese. In caso contrario, gli altri Stati europei potrebbero essere obbligati ad accettare una ristrutturazione del debito del paese da parte di investitori privati oppure rinunciare a farsi rimborsare i fondi prestati.

(Le Point.fr)

Redazione

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