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La danza del ventre nella casbah di Sana’a – di Agostino Spataro

Nel muffredge (1) la festa era già cominciata. Un centinaio di avventori erano riuniti intorno a lunghe tavolate. Masticavano foglie di qat (2) e sorseggiavano te, pizzicavano mandorle e pistacchi, che qui chiamano “fastukas” come da noi in Sicilia. I loro occhi brillavano di una gioia fuggevole, provocata dagli effetti del qat e dai languori per quel simulacro di donna.

Era una musayiena, (3) avvolta in una lunga chioma nera come la lava, che danzava per loro scuotendo, freneticamente, un pingue bacino e un seno traboccante. Danzava e rideva la musayiena, eccitando l’euforia dei suoi ammiratori…li fissava con due occhi di fuoco  e poi con le braccia protese l’invitava a seguirla. Ma dove?Era l’eterno gioco dell’amore che lei rappresentava su quel palcoscenico, mandando la platea in visibilio…

Molti si alzavano e con mani anelanti cercavano di toccarla, di almeno sfiorarla, le inviavano baci e sussurri di accesa passione. La bella danzatrice li tentava, li eccitava con un andirivieni del suo corpo conturbante, levigato di creme e di sudore. Poi si ritraeva, lasciandosi dietro una scia di sospiri, di grida e di canti.

Il muffredge scoppiò in applausi e in urla fragorose… Il fortunato infilò una banconota di 50 rials nel reggiseno della musayiena. Altri uomini agitavano vistose banconote e invocavano il suo nome “Bahia! Bahia!” Karim, il mio accompagnatore yemenita, mi tradusse quel nome in “Bellezza splendente”. Offrire banconote alla danzatrice è una piacevole consuetudine, un modo elegante per premiare la sua maestria e, al contempo, sfiorare il suo desiato corpo.

Bahia, carica di soldi come una Madonna siciliana, scomparve dal salone avvolta in un sudario. Accesi una sigaretta e domandai a Karim quali fossero le origini della danza del ventre. “Più correttamente si dovrebbe chiamare “danza dei veli” -egli esordì- “Questa danza è nata, molto tempo fa, nelle rigogliose contrade dell’antica Persia e non nel deserto come generalmente si crede.

La leggenda narra di una principessa bellissima di nome Ishtar, in seguito venerata come dea dell’amore e della fertilità, la quale, rimasta vedova in giovanissima età, volle mantenere una intimità amorosa col suo adorato marito defunto. Ishtar fece erigere un sepolcro di marmo nel giardino dei melograni, intorno al suo palazzo.

Nelle notti di luna, scendeva furtivamente in giardino, vestita soltanto di sette veli di seta finissima del Katai. Avanzava leggiadra come una farfalla, danzando tra i filari dei melograni vermigli per penetrare nel mondo degli inferi ed allietare la notte infinita del suo principe sposo. Ad ogni melograno che sfiorava Ishtar lasciava cadere un velo, fino a giungere al sepolcro tutta nuda.

Qui, la sua danza diveniva frenetica, sensuale, eccitante. Danzava per ore, convinta che il suo amante la stesse ammirando. Movimenti e ritmi che evocavano le virtù elette di una donna, l’amore impetuoso e gli amplessi al chiaro di luna.

Oggi, la Persia è divenuta Iran, culla dell’integralismo più fanatico, dove si vorrebbero ripristinare valori e costumi risalenti al tempo di Alì e aborrire quant’altro contrasti con tale concezione. La danza dei veli o del ventre, che dir si voglia, è stata la prima vittima dei furori dello sciitismo elevato al rango di governo”. Concluse malinconico il mio amico.

Note:

(1) locale per ascoltare musica nella casbah

(2) droga tipica dello Yemen e di altri Paesi del Mar Rosso

(3) appellativo yemenita di danzatrice 

 

(tratto da: Agostino Spataro– “La notte dello sceicco- Reportage dallo Yemen”, Edizioni Associate, Roma, 1994)

Relatore

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