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L’oro, il dollaro e la politica USA – di Gianfranco Soldati

Con l’accordo monetario del 1944 a Bretton Woods, piccola cittadina al nord di New York, le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale strinsero ed imposero un patto di politica monetaria. A vincere erano state solo ed unicamente le due nazioni anglosassoni, naturale, logico ed accettabile che imponessero i loro interessi. La Francia tentò, con l’orgoglio smisurato di De Gaulle, di farsi passare per vincitrice, riuscendovi in piccola parte. Lo tentò anche l’Italia, grazie all’eroica lotta dei partigiani (sono un loro ammiratore convinto, dopo letture e riletture, di Beppe Fenoglio) che in realtà fu solo un insensato massacro fratricida tra deboli e vigliacchi, comunisti e non comunisti, uniti in un tragico destino.

L’accordo di Bretton Woods fissava il prezzo dell’oro a 35 dollari l’oncia, valido per il dollaro e le altre monete, salvo il rublo, con Stalin che già si stava staccando dagli alleati e fornitori di armi e munizioni statunitensi, per isolarsi nei suoi gulag siberiani e dittatoriali e nel tentativo di conquista dell’egemonia mondiale (grande conquista la Cina di Mao e dell’Europa orientale, magra soddisfazione la Cuba di Fidel Castro). Bastava quindi che fosse il dollaro ad essere garantito dall’oro conservato nella banca centrale. Le altre monete, a cambio fisso, risultavano garantite dal fatto stesso di essere legate al carro del dollaro. In realtà si trattava di una garanzia aurea molto «dimagrita» per rapporto alla garanzia totale, che dipendeva con tutta evidenza dal valore attribuito all’oro. Fosse stato questo valore di 70 dollari invece di 35, la garanzia veniva automaticamente dimezzata. Ma eravamo lì: garanzia non garantita, ma potenza vincitrice della guerra che imponeva la sua volontà nella pace. Garantita almeno restava la convertibilità del dollaro in oro, al prezzo di 35 dollari l’oncia.

Solo De Gaulle, troppo cinico per piacermi, ma grande, grandissimo uomo di Stato che vedeva lontano chilometri quando la maggioranza dei politici non vede nemmeno fino ai propri occhiali, fece uso di questo diritto e chiese di convertire tutti i dollari che aveva la banca nazionale francese in oro a 24 carati. Provocò così il disappunto e la disapprovazione sentiti degli USA, inizio di un periodo di relazioni scontrose, aggravate poi dai contrasti in fatto di armamento atomico, che oggi come oggi è la sola forza reale che ancora resta alla Francia fortemente decadente.

Il prezzo di 35 dollari l’oncia era stato fissato da Franklin Delano Roosevelt fin dal 1934 (non per festeggiare la mia nascita in quell’anno), ma già a partire dai primi anni ’50 risultò insostenibile. Negli USA e ancor più altrove si era manifestata l’inflazione, la nemica mortale di tutti i risparmi. Si formò un mercato libero dell’oro, con prezzi fino a 50, per lungo tempo però sui 42 dollari l’oncia, mercato libero che le autorità monetarie mondiali non riuscirono ad impedire. Tentarono di farlo vendendo oro delle banche nazionali a 35 dollari, ma gli acquirenti non lo comperavano per metterlo nel «caveau», ma per venderlo sul mercato libero. Senza rendersene conto, le autorità monetarie non combattevano le cause della malattia, ma solo i suoi sintomi. Le proposte ragionevoli di aumentare il prezzo fissato a 35 dollari per oncia di oro non mancarono, ma si scontrarono tutte con l’ostilità decisa e decisiva degli USA, che volevano il loro dollaro come conveniva loro.

Il 15 agosto 1971 Richard Nixon, un politico intelligente e tanto cinico da diventar pericoloso si presentò ai microfoni per annunciare che il dollaro non era più convertibile né garantito da una copertura aurea. Una chiara rottura di contratto con gli Stati suoi alleati (ma in realtà vassalli, e lo sono tuttora, tutti gli Stati europei, e molti altri), il dollaro diventava la moneta cartacea che conosciamo adesso, non sostenuta dalla fiducia spontanea delle nazioni della sua area, ma da una fiducia imposta con i metodi tipici dei governi USA, metodi che abbiamo visto in azione in Vietnam, Iraq, Serbia e così via, adesso in Siria (in attesa dell’Iran). La porta all’indebitamento scriteriato di tutti, USA e Giappone in particolare, UE subito dopo, era aperta. Ma gli USA, oltre al debito hanno un esercito, pagato da noi tutti. Impariamo a stare zitti, o mal ce ne coglierà.

Gianfranco Soldati, presidente onorario UDC Ticino

Relatore

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