“Desidero una cosa sola, di ammalarmi gravemente e di non sapere più nulla di lui per almeno otto giorni. Perché non mi capita niente, e perché devo sopportare tutto questo? Ah, non lo avessi mai visto! Sono disperata. Adesso vado a comprarmi altri sonniferi, così cadrò in una specie di trance…
Perché non crepo? All’inferno starei certo meglio di qui.
Ho aspettato per tre ore davanti al Carlton, e poi mi è toccato vederlo offrire fiori a Ondra e invitarla a cena. Lui ha bisogno di me solo per certi scopi, e di tutto il resto non se ne parla neppure.
Quando dice di amarmi, sì, in quel momento lo pensa, ma poi basta. Esattamente quello che accade con le sue promesse, che non mantiene mai. Perché mi tormenta a questo modo e non la fa subito finita?”
Eva Braun fu una donna infelice. Tentò due volte il suicidio, nel novembre 1932 e nel maggio 1935. Morì nel bunker di Berlino, il 30 aprile 1945, dopo un matrimonio in extremis che i presenti chiamarono “il matrimonio della morte” e che durò meno di 40 ore. Il suo corpo fu arso nel giardino della Cancelleria, sotto il diluvio incessante dell’artiglieria sovietica, che tutto cancellò.
(dalla grande biografia “Hitler” di Joachim Fest)
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