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Lo Stato che verrà – di Sergio Morisoli

Il presidente di Area Liberale ha scritto questo bell’articolo tipicamente liberale. Possiamo seguire il suo ragionamento e il suo auspicio, condividerlo, dargli ragione (se siamo liberali), ma un’ammissione almeno dobbiamo farla: il “futuro politico” della società così come lo sogna Morisoli è lontano dalla “dura realtà reale” almeno come il pianeta Marte, e probabilmente di più.

Il problema principale (secondo me) degli uomini di Area Liberale è che, pur senza essere tali, essi sembrano dei marziani. La gente si è a tal punto abituata alla dipendenza… che non è più nemmeno in grado di comprendere il loro messaggio. Anche un Liberale (in senso partitico) perderebbe probabilmente la pazienza: “Che cosa sono tutte queste storie? Noi avevamo grande potere nello Stato“.

(pubblicato nel GdP)

 

Non voglio scrivere di candidati e di sedie, ma colgo lo spazio di questa rubrica per porre un tema: è mai possibile che lo Stato e il suo apparato amministrativo siano suppergiù rimasti immutati da oltre un secolo mentre il mondo attorno è cambiato non una, ma decine di volte? In altre parole, è mai possibile che lo Stato continui ad essere inizio e fine della vita civile e economica di questo Cantone? Non è un’esagerazione. Basta calcolare la crescita della spesa pubblica, contare il moltiplicarsi delle leggi, e osservare lo sbocciare di uffici statali e parastatali, l’ampliamento del ventaglio dei sussidi per capire quanto nel corso dell’ultimo mezzo secolo siamo diventati Stato centrici o Stato dipendenti.

Avete mai provato a contare gli articoli dei nostri quotidiani, dei domenicali o delle riviste settoriali e scoprire che le pagine sono piene di articoli con al centro lo Stato con qualche ufficio o qualche politico. Le cronache regionali giornaliere delle nostre due emittenti televisive, quella privata e quella statale, sono zeppe di servizi che partono o arrivano a qualche ufficio statale o a qualche politico. Siamo talmente abituati (assuefatti?) e informati che tutto è politica. Talmente educati a rivolgere lo sguardo verso lo Stato quando succede o quando manca qualcosa che nemmeno ci accorgiamo più di quanta importanza, potere e mezzi gli abbiamo concesso.

Da qui, come potranno mai essere eletti quei politici: che vogliono ridurre le imposte e quindi costringere a rivedere al ribasso le spese dello Stato, che vogliono tagliare compiti e uffici, che vogliono sfoltire le leggi, che vogliono ridimensionare l’importanza e l’ingerenza dello Stato nella vita e nell’economia, che vogliono ridistribuire ai bisognosi e non ai beneficiari, che vogliono limitare e relativizzare il potere dei partiti e della burocrazia. Impossibile che un Paese abituato a guardare all’insù e aspettarsi la soluzione dei suoi problemi dallo Stato scelga qualcuno che gli dica: vade retro Stato, alzati e cammina prima tu.

Epperò ci sarebbe un modo non brutale per trasformare le cose. Modernizzare lo Stato, ossia dargli un ruolo adatto al XXI secolo con conseguenti limiti e poteri. Non distruggerlo, non abolirlo, non farlo fuori o altro; no, dello Stato abbiamo bisogno ma trasformarlo come tutto il mondo che gli sta attorno ha dovuto trasformarsi. Partendo da dove?

Primo da una ferrea e ribaltata disciplina finanziaria, facendo perno sul fatto inoppugnabile che soldi sono di chi li produce e non dello Stato.

Secondo, cambiando alcune regole del gioco democratico: riducendo il potere della burocrazia, passando al maggioritario, ridistribuendo compiti e responsabilità ai Comuni, concedendo il potere del veto finanziario al popolo.

Terzo, introducendo la concorrenza e la scelta dei servizi demolendo l’idea che un servizio pubblico debba essere prodotto solo dallo Stato e non da altri attori privati e della società civile.

Quarto, ridurre lo Stato al ruolo di arbitro e controllore facendogli dismettere i panni di giocatore parziale e di proprietario interessato.

Quinto, aprire i cancelli della libertà sfoltendo leggi, regolamenti inutili, vessatori, ridondanti, fini a sé stessi e al potere.

Semplice? Tutt’altro. La corsa alle sedie è fatta per mantenere lo status quo e vince chi lo promette e ci aggiunge anche qualche cosa in più. Chi vuole andare in Governo non può annunciare nemmeno da lontano riforme necessarie di questo genere. Una volta in Governo poi si pensa già a come farsi rieleggere. Esagerato? Provate a pensare perché chi è seduto sul ramo dovrebbe tagliarselo per il bene dell’albero.

Sergio Morisoli, presidente di Area Liberale

 

Relatore

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  • Un conto è il bavardage politique, un conto è discutere di una linea politica. Inutile esternare indignazioni demagogiche sulle spese pubbliche. Se si vuole sostenere oppure criticare una politica bisogna apertamente parlare delle finalità ultime che s'intende (con essa) perseguire o… cancellare. Descrivere realisticamente(!) lo scenario che s’intende offrire al cittadino (con le scelte liberiste, per esempio) oltre che essere un ottimo esercizio di meta-chiarezza, diventerebbe anche ottimo esercizio di trasparenza. Rischioso? Ovvio! C’è il rischio di dover ammettere/accettare affermazioni del tipo «è l’economia a chiedercelo, è il giudizio dei mercati che conta» e amenità del genere, per cui dobbiamo renderci conto che tali cosiddetti mercati, magari presentati ideologicamente come entità metafisiche, neutre, oggettive, non sono altro che espressione di un preciso potere.

  • Se Morisoli è un marziano noi liberisti veniamo dalla costellazione di epsilon Eridani.
    A dire il vero siamo intellettualmente più avanzati (di qualche milione di anni luce). Non vogliamo migliorare lo Stato, ma sostituirlo con un sistema rappresentativo a "democrazia pura". Le vie di mezzo portano all'inconcludenza.

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