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La scuola che verrà e la “riforma” Bertoli: ho paura per i nostri giovani – di Orlando del Don

Sarebbe interessante conoscere il parere del dr. Del Don, che è psicologo e psichiatra oltre che politico, sul recentissimo caso, “scoppiato” ieri, della proiezione di “A Serbian film” alla Scuola cantonale di commercio.

“La scuola ticinese è una buona scuola”. Con queste parole il Ministro Bertoli, lo scorso dicembre, ha aperto un suo dibattito in merito al progetto “la scuola che verrà”, la Magna Carta dalla quale nasceranno i programmi scolastici del prossimo decennio. Un progetto, quello di Bertoli, calato dall’alto e che pur non essendo banale esprime una mera visione personale, marcatamente ideologica, che egli tenta però di sdoganare come una riforma… che tale non è! Un bel pastrocchio, non c’è che dire.

Come al solito, e questa è una critica costruttiva che mi sento di muovere ai nostri governanti, le riforme non si fanno in linea teorica, vanno discusse con chi dovrà conviverci giorno per giorno, in questo caso i docenti e, magari, anche gli studenti e i loro famigliari.

Ad eccezione della riduzione del numero di allievi per classe (dai 25 attuali ad un massimo di 22) che, seppur discutibile, se non altro è misurabile, gli altri pilastri sui quali si vorrebbe ancorare la “riforma” mi lasciano perplesso. A partire dall’eliminazione dei livelli che lasceranno spazio ad approcci didattici e pedagogici diversi tra loro. In parole povere: altri livelli. Il fatto che, sulla carta almeno, questi nuovi approcci saranno imbastiti con attività pratiche (dai laboratori ai progetti) conferisce una certa originalità al tutto, ma si tratta di un metodo di insegnamento in nessun modo riconducibile ai livelli stessi, quanto piuttosto un metodo di insegnamento che viene introdotto con almeno 20 anni di ritardo.

Sempre stando alle opinioni del Direttore del DECS, i livelli sarebbero ormai sorpassati e discriminanti per i giovani una volta terminato il percorso di studi dell’obbligo. Peccato però che nel mondo del lavoro e, più in generale, nel mondo reale tout-court le cose non stanno affatto così. Sono sempre di più gli “head hunter” e i datori di lavoro che conferiscono un valore relativo ai risultati scolastici, concentrandosi sulle attitudini personali e sulle eventuali esperienze professionali dei candidati. E questo non perché la scuola sia poco importante, ma perché questo modo di fare scuola è relativizzabile e perlomeno inadeguato.

I risultati dei test PISA indicano che gli studenti svizzeri (il test è somministrato a ragazzi di 15 anni) sono al di sopra della media OCSE, ad eccezione dei ticinesi i quali, seppur con risultati più che dignitosi, non tengono il passo con il resto dei loro coetanei confederati. E il test PISA tiene conto solo di tre precisi ambiti scolastici, ossia la matematica, le scienze e la lettura; come se la scuola, l’intelligenza e le competenze/attitudini di un giovane fossero riconducibili solo a questi ambiti! E già questo dovrebbe far riflettere.

Ciò di cui, infatti, la scuola ticinese necessita con urgenza (e di cui la “riforma” Bertoli non tiene conto) è lo sviluppo di tutte le capacità e intelligenze dei nostri giovani, che vanno sollecitati non solo al fine di superare le verifiche scolastiche, quanto invece – piuttosto – alla comprensione e risoluzione di tutti quei problemi molto più complessi e articolati che essi dovranno affrontare poi nel corso di tutta la loro vita professionale, lavorativa , personale e sociale. Vi è infatti purtroppo ancora una grossa spaccatura oggi tra il mondo della scuola – non solo quella ticinese – e il mondo reale, professionale, lavorativo e sociale. La scuola essendo ancora troppo autoreferenziale, dogmatica, lenta, e non tiene debitamente conto dello sviluppo intellettuale, affettivo, psicologico e sociale dei giovani, mentre invece la realtà fattuale e il mondo del lavoro necessitano di soggetti consapevoli, autocritici, proattivi e mentalmente dinamici.

Le ricette proposte dalla “riforma” Bertoli vertono quindi su una scuola con percorsi personalizzati (Come? Da chi? In base a quali parametri?) e su una maggiore collaborazione tra docenti (ma non doveva già essere una condizione acquisita?). Le interazioni tra scuola e mondo affettivo dei nostri giovani, come anche quelle tra scuola e bisogni degli studenti, nonché quelle fra scuola e famiglia restano inevase … non pervenute.

La scuola di cui abbiamo però tutti bisogno è qualcosa di molto diverso da quanto proposto con il progetto Bertoli. Una scuola in cui i giovani siano protagonisti del loro essere studenti, una scuola che rispetti i loro bisogni, le loro attitudini e le rispettive ambizioni. Non di una scuola delle ideologie e degli ideali ma una scuola che prepari i nostri giovani al confronto con la realtà fattuale che li aspetta, li attende al varco; la realtà della vita concreta, della formazione professionale, del lavoro, della vita sociale e dello sviluppo personale. Affinché i nostri ragazzi possano diventare uomini e donne consapevoli, critici, responsabili, sempre all’altezza delle condizioni mutevoli, capricciose e in continuo divenire della società e della realtà quotidiana che ci (e li) circonda.

Dr. Med. Orlando Del Don
Candidato al CdS e al GC per LA DESTRA

 

Relatore

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  • Vorrei dire anch'io, come Bertoli, che la scuola ticinese è una buona scuola. Anzi, lo dico volentieri (vedete come sono generoso?). Ma aggiungo: per taluni è buona più che per gli altri.

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