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Il big bang di Google e noi – di Natalia Ferrara Micocci

Sono (regionalmente) noto per il mio sarcasmo, arma alla quale tengo moltissimo. La mia opinione sulla “comunicazione vincente nel XXI secolo” è la seguente: è l’arte di comunicare meravigliosamente il Nulla“. Detto questo mi affretto a confessare di tenerla in gran conto e di consacrarle una notevole parte della mia giornata.

E Natalia? È come me e ben più di me. Da poco più di un anno è entrata in una fase di iper-comunicazione, che gestisce con abilità ed energia.

* * * * *

Dopo aver mutato il nostro rapporto con il web, Google ha cambiato nome: si chiamerà Alphabet. In realtà, non cambia solo nome, cambia marcia. È la notizia di oggi, per chi si interessa di media, e per chi, come me, li ha sperimentati di persona da quando sono attiva in politica. La centralità dei mezzi di comunicazione, l’importanza del giornalismo per la vita democratica ma anche i rischi comunicativi di un mondo sempre più “social” sono un dato di fatto. Si dice sempre che i media sono diventati centrali, ma quando lo si tocca con mano e si cerca la loro attenzione, come un politico deve fare, lo si capisce meglio. Ma cosa c’entra Google con tutto questo? Molto, credo. La logica che sta dietro il cambio di denominazione di Google è segnalare, definitivamente, che tra i business del colosso USA non c’è “solo” il motore di ricerca ma molte altre attività. Tra di esse (e dentro di esse) cresce l’importanza dell’editoria, ovvero la ricerca e, come dicono gli esperti, l’aggregazione di contenuti, raccolti dove ci sono oppure prodotti in casa. Vuole dire, ad esempio, informarsi, divertirsi, analizzare cliccando news.google.com, attivo dai primi anni del 2000. Detto altrimenti, c’è e cresce un’offerta giornalistica che non nasce da un editore, un giornale, una radio o una TV ma da un motore di ricerca, Google appunto, partito nel 1998 e che oggi vale in borsa più di Microsoft. La “newsroom” di Facebook ci parla la stessa lingua, manco a dirlo. Credo che questo significhi molto per tutti. Certamente vuole dire molto per il giornalismo, confrontato con una concorrenza formidabile. Significa tanto anche per le aziende mediatiche, che si vedono affiancare da Google (ma non solo, pensiamo a Yahoo) nel ruolo di “impaginatori” delle notizie, ovvero del mondo, agli occhi e alle orecchie del pubblico. Potremmo pensare che, nel piccolo del Ticino o della Svizzera tutto ciò sia destinato a non toccarci, così come per tanto tempo abbiamo pensato che non saremmo stati sfiorati da tante tempeste che poi ci hanno colto impreparati. Certo, non vedremo Google, Yahoo o Facebook sostituire i nostri preziosi giornali, radio e TV pubblica e privata. Magari togliere ai loro lettori tempo e attenzione, questo sì. Senza alcuna pretesa di aver capito il mondo dei media, ci mancherebbe, penso però che il problema maggiore sia un altro. Come difendere la qualità e la rilevanza in un contesto dove la lotta è per l’attenzione? Come proteggere l’accuratezza se la velocità è il primo criterio? Come persuadere il pubblico che la qualità si paga quando la cultura del gratis si diffonde? Come tutelare la sfera privata quando l’intimità in pubblico è diventata un genere e i social-network onnipresenti? Non fuggo certo i media, anzi, ma credo sia giusto non sfuggire anche a qualche ragionamento sul loro avvenire. Ci riguarda tutti, e riguarda anche la nostra libertà.

Natalia Ferrara Micocci, avvocato, deputata PLRT al Gran Consiglio

Relatore

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