Martedì 28 giugno, ore 22.30, aeroporto di Istanbul. Tre Kamikaze, di cui uno di nazionalità turca, gli altri due di nazionalità non identificata, si fanno esplodere dopo aver aperto il fuoco sulla folla. Il bilancio delle vittime è altissimo: ventitré turchi, tredici stranieri. Tra essi poliziotti, personale e civili.
Il primo ministro turco Binali Yildrim ha riferito che l’attentato presenterebbe analogie con l’attentato a Bruxelles, i tre kamikaze, armati di kalashnikov, sarebbero arrivati in taxi.
L’attentato sarebbe, secondo le autorità, una tristemente ovvia manifestazione della follia omicida dell’Isis. Nessuna rivendicazione, tuttavia, da parte dello Stato Islamico.
Da escludere che l’atto appartenga ai ribelli curdi, anche se si teme che il governo possa attribuire loro l’attentato, tuttavia non plausibile.
Neanche 12 ore dopo, all’aeroporto di Ataturk, gli aerei riprendono il volo. Del sangue non v’è più traccia. Lavandolo immediatamente, le autorità, pare, vogliano dimostrare di non aver paura delle minacce dell’estremismo. Stupisce ciò, poiché a Bruxelles, aeroporto più grande e importante d’Europa, erano stati cancellati 340 voli e le persone erano state tutte evacuate in alberghi convenzionati con le compagnie aeree.
Il primo ministro dell’Albania, sbarcato proprio al momento dell’attentato, ha poi commentato che “questi terroristi non hanno nessuna religione, non sono diversi dai barbari.”
Erdogan, infine, si appella a una cooperazione comune con l’Europa contro il terrorismo.
Triste quotidianità, stridenti dichiarazioni, drammatica realtà.
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