Ancora non si arresta la violenza nelle Filippine, dopo che il president Rodrigo Duterte ha ordinato nelle scorse settimane che tutti i trafficanti e gli spacciatori di droga siano messi, letteralmente, “dietro le sbarre oppure sotto terra”. Duterte, già noto con il soprannome di “Il castigatore”, per la sua guerra violenta e senza pietà contro la diffusione delle droghe nel paese, ha infatti comandato alle forze di polizia di uccidere a volontà non solo chi è colto in flagrante nell’atto di vendere sostanze illecite, ma anche chi è visto nell’atto di farne uso.
Non solo, il presidente filippino ha anche autorizzato i cittadini a uccidere a vista chiunque essi ritengano colpevole di traffico o di semplice uso di droghe, senza dover subire in seguito alcuna conseguenza legale per i propri atti.
Si stima che, da quando sono stati diffusi questi annunci presidenziali, nello scorso mese di giugno, oltre 300 persone sono già state uccise e le autorità dichiarano che oltre 60’000 trafficanti di droga si sono consegnati volontariamente alla polizia per mettersi in salvo dalle esecuzioni sommarie.
Finora Duterte ha prestato poca attenzione alle reazioni dell’opinione pubblica, nazionale e internazionale, che ha seguito questa ondata di violenza, ribadendo che la guerra contro le droghe deve essere vinta ad ogni costo e ordinando alla polizia di raddoppiare e perfino triplicare i propri sforzi per sterminare utilizzatori e trafficanti di droga, se ce sarà bisogno.
Nel frattempo, nel paese piccoli gruppi di parenti delle vittime si disperano attorno ai corpi senza vita dei propri cari, giustiziati sommariamente senza un processo, che giacciono tuttora nelle strade cittadine coperti da un cartello che riporta la scritta “sono un trafficante di droga”. Benché tra la popolazione non manchino le proteste per l’uccisione di persone accusate di essere criminali senza che ci fossero prove, finora la polizia locale ha mostrato di non avere alcun interesse nell’investigare cosa sia realmente accaduto in simili casi.
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