Democrazia attiva

La scuola che verrà? L’analisi critica del PLR – di Maristella Polli

da Opinione Liberale, per gentile concessione

In occasione del comitato cantonale di giugno, il PLR era entrato nel merito del progetto «La scuola che verrà» e ne aveva discusso alcuni aspetti. Ricordo che il DECS aveva avviato una procedura di consultazione anche ai partiti, consultazione che si concluderà a fine marzo 2017. Il punto interrogativo nel titolo riassume bene alcuni dubbi e i molti punti critici che il testo lascia in sospeso.

Innanzitutto non sono indicati quali sono gli elementi di debolezza della scuola attuale e quali gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Bisogna anche ricordare che fin dall’inizio non ha previsto il coinvolgimento delle sue componenti (docenti, genitori) e questo è stato un grosso errore. Il progetto, bisogna però riconoscerlo, propone molte riflessioni e aspetti condivisibili.

Il PLR ha istituito in novembre un gruppo di consulenti ed esperti del mondo della scuola che si è chinato approfonditamente sul progetto e ha elaborato un documento che sarà discusso all’interno del partito per poi inviarlo al DECS entro il termine prefissato. Il documento PLR è ben impostato, evidenzia gli aspetti di criticità, mette a fuoco le oggettive difficoltà di attuazione di un progetto molto ideologico che non poggia su nessuna analisi oggettiva di partenza.

«La scuola che verrà» propone diversi interventi di difficile attuazione, possibili solo con grossi investimenti di gestione corrente (quanti docenti in più?) e logistici (l’attuale edilizia scolastica non consente di organizzare quanto previsto se non costruendo aule e spazi didattici a carico di Comuni e Cantone). Si prevede di abolire – erroneamente – la differenziazione curriculare (i livelli nella scuola media in poche discipline) per introdurne una pedagogica, difficile da attuare poiché mancano le condizioni oggettive per praticarla in modo generalizzato (impegnativo lavoro per i docenti, numero di allievi per classe, tempo richiesto al docente per preparare le lezioni…). Di conseguenza si riducono le ore di insegnamento nella scuola media in modo ingiustificato con una sicura penalizzazione su tutte le materie e in contrasto con i dispositivi federali per l’educazione sia fisica sia musicale. E si caricano i docenti di compiti impossibili in materia di valutazione e di differenziazione se non concedendo loro sensibili riduzioni dell’onere di lezione per svolgere questi compiti, il cui effetto sono maggiori oneri finanziari. Quindi si deresponsabilizza la scuola dal suo compito di valutare l’allievo, di certificare il suo rendimento e di indicare in modo chiaro quali sono le alternative scolastiche che potrà seguire successivamente. Per concludere la scuola media verrà meno al suo compito di orientare e di indicare con una nota e con chiare regole l’esito finale degli studi (da sempre dalle elementari all’Università si indica chi ha ottenuto un diploma o meno). Togliere le licenze della scuola dell’obbligo (elementare e media) è la logica conseguenza di una scelta che non ha confronto sul piano svizzero. Giuseppe Buffi, in un editoriale del 1987 richiamava la necessità della scuola di far da «giudice» per il bene dell’allievo. La riforma presentata è troppo complessa e riguarda tre settori (SI, SE, SM) che hanno specificità, realtà e problemi diversi. Mettere il tutto in un unico progetto è molto ambizioso ma anche irrealizzabile. Non mi sorprende quindi lo scetticismo manifestato fra i diversi attori scolastici, come pure fra le forze politiche e sindacali. Le riforme si costruiscono assieme, mattone dopo mattone. Questa proposta decisamente non lo è. Il documento del PLR riporta dubbi e perplessità, e si spera veramente che le considerazioni esposte siano accolte, ascoltate e messe in pratica. Se così non fosse il PLR continuerà a battersi per il bene dei nostri ragazzi.

Maristella Polli

Relatore

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