Pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore
Di molte civiltà, anche di un lontano passato, noi conosciamo la storia attraverso il culto che dedicavano i nostri antenati ai morti (piramidi, necropoli, pantheon, lapidi, sarcofaghi, steli, obelischi…). I nostri cimiteri nascono però solo a inizio Ottocento per decreto napoleonico: i morti avrebbero dovuto essere da quel momento seppelliti fuori dalle chiese, soprattutto per motivi igienico sanitari. Qualcosa di buono anche il corso ci ha lasciato.
In questi ultimi decenni di grandissimi cambiamenti sociali, anche il nostro rapporto concreto con la morte, e con i morti, è andato rapidissimamente modificandosi. Dall’inumazione si è rapidamente passati all’incinerazione dei cadaveri (cremazione mi sa troppo di pasticceria), anche per una diversa posizione venutasi nei confronti di quest’ultima pratica da parte della chiesa cattolica.
Forse tra non molto, in particolare per noi occidentali eredi di una cultura illuminista, i cimiteri cesseranno completamente di avere un loro senso, un loro scopo: quello per il ricovero dei resti umani, seppur per un provvisorio ricordo, legato al massimo a due o tre generazioni successive. Già oggi alcuni annunciano i cari estinti su internet. O si collegano con loro attraverso i social. Roba «de matt» – altro che «…aléghér» – nevvero Delio Tessa? Capisco. Quasi ogni essere umano sente un profondo bisogno di eternità.
Platone ha detto: «Il popolo che non conosce il proprio passato non ha futuro». E qualcun altro, più recentemente, ha aggiunto: «Perdendo la memoria si perde l’affettività». Ho poi trovato in «La lotta mentale»,1986 di R. Luperini, questo passaggio: «Sta già venendo il tempo in cui occorrerà insegnare ai nostri figli che esistono i nonni, e i nonni dei nonni, che la storia esiste, è percorso e rottura, salto, cambiamento. È in discussione, attraverso l’attacco alla memoria, il concetto stesso di storia». Pensiamoci perciò bene – cari amici della Grande Lugano – prima di buttar via certe testimonianze. Conserviamone almeno parte di esse. Senza comunque farne dei musei: ce ne son già troppi, per troppe cose che stanno scomparendo. Ci mancherebbe che si realizzasse pure il Museo dei cimiteri.
Per collocare e conservare bene in vista questo nostro patrimonio storico sarebbe sufficiente uno spazio aperto, immerso nella natura, dove poter in silenzio – soli o in compagnia – qualche volta meditare tra terra e cielo. Comunque, buon carnevale a coloro che lo festeggiano; in attesa – per tutti – dell’ultima quaresima.
Orio Galli
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