Ospiti

“Women of Venice” al Padiglione svizzero della Biennale – di Andrea del Guercio

57. Biennale Internazionale d’Arte di Venezia 2017

Padiglione svizzero   (A cura della Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia)

Venezia esprime in questi giorni il fascino intatto della Biennale Internazionale d’Arte con la sua 57. esposizione; l’inaugurazione ufficiale e l’apertura di Domenica 14 Maggio è stata anticipata con l’apertura alla stampa e al mondo dell’arte con un ulteriore sviluppo  delle sue dimensioni attrattive; eventi interni e collaterali distribuiti dalle sedi storiche all’intera città offrono la dimensione globale di un mega progetto non solo espositivo ma anche informativo e di catalogazione, di riscoperta e promozione, di ricerca e sperimentazione.

In un paesaggio artistico complesso lo spazio del Padiglione della Svizzera, affidato a Philipp Kaiser, sceglie di presentare tre autori – Carol Bove, Alexander Birchler con Teresa Hubbard – raccolti nel titolo “Women of Venice”; al centro del progetto si colloca Alberto Giacometti ed alcuni aspetti poco noti della sua vita di uomo e di artista, anche se ricorda indirettamente che nel 1952 fu il fratello Bruno Giacometti ha firmare l’architettura del Padiglione svizzero.

Di estrema qualità espressiva e di rigoroso impegno documentativo risulta il doppio lavoro che Alexander Birchler e Teresa Hubbard, coppia di artisti svizzero-americani, hanno immesso nella ricostruzione di un giovanile amore di Alberto Giacometti. Nasce la produzione e l’istallazione di un doppio film, “ Flora” , dissociato tra  gli anni ’20 e il 2016, tra Parigi e Los Angeles.

L’indagine parte dalla fotografia (1926 circa) di un busto in argilla fresca, in cui si riconoscono facilmente le fattezze del volto, posto al centro tra lo stesso artista sulla destra e di una giovane donna sulla sinistra; la scultura, con ogni probabilità poi distrutta, risulta realizzata e probabilmente ancora collocata nello studio della scultrice americana Flora Maya. Il primo film in bianco e nero, interpreta le ragioni di quella fotografia raccontando con raffinata poesia la storia d’amore tra i due giovani studenti d’arte; esemplare appare l’interpretazione femminile e l’ambientazione interamente condotta in un tipico studio d’artista dell’epoca, nella semplicità dell’habitat e nella cultura della scultura lungo il passaggio rapido di una stagione affettiva; emozioni private di una giovane donna e di un’artista  di fronte al volto amato, di cui trascrive nella terra quella folta capigliatura che è entrata nella riconoscibilità iconografica di Giacometti. Il secondo film, condotto a colori nella diretta contemporaneità della vita in Florida, interroga il figlio di Flora Maya, ne raccoglie i ricordi e i documenti, riequilibrando una storia nascosta, facendoci scoprire la storia di questa donna artista nascosta in una vecchia fotografia.

Se il film di Flora scorre nel silenzio, la voce del figlio interagisce con la visione grazie ad una proiezione condotta sul versante opposto dello schermo, mentre la visione indipendente dei due film obbliga il visitatore a muoversi tra due diverse stagioni della vita e del tempo.

Una terza sezione del progetto ha previsto la ricostruzione di quel busto sulla base della fotografia da cui tutta l’operazione è partita; un passaggio rischioso quest’ultimo che raggiunge, diciamo che ‘rasenta’, la dimensione del ‘falso storico’, completando in ogni caso una storia d’amore e d’arte.

Alla dimensione narrativa intensa di “Women of Venice”, memore di “Femmes de Venise” dello stesso Alberto Giacometti del 1956 (poi esposte al Padiglione francese), si contrappone l’istallazione tra lo spazio esterno e quello coperto, di sette sculture di Carol Bove frutto di un processo di sperimentazione della forma e del colore; un’operazione espressiva che se cerca di lavorare sulla memoria della scultura di Giacometti risulta meno pregnante e molto più indipendente con specifici risultati estetici.

Prof. Andrea del Guercio

Relatore

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