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Perché in Italia l’American Dream del pop oggi non è finito, ma ne è una rinsecchita imitazione

I Talent show hanno, tra i giudici, artisti famosi. Ora, diciamocelo. In America tra gli spalti c’è Miley Cyrus. In Italia Fedez. Abbiamo i nostri, non c’è bisogno di imitare l’America. Però poi c’è il tutto esaurito per i concerti americani in Italia.

Il pop è solo un esempio, ma funzionale, nella sua esiguità, a dimostrare quanto il sogno americano non sia del tutto finito, oggi, quanto piuttosto, sotto parvenza di raggiunta autonomia, si sia trasformato in una rinsecchita imitazione dell’America stessa. Vogliamo fare da soli, ci proviamo, non ce la facciamo. L’America domina, con i suoi spettacoli stratosferici, con le sue luci, con i suoi effetti speciali; l’industria cinematografica USA trionfa, con le sue storie d’amore e morte, con il suo mirare sempre in alto.

E l’Italia corre dietro l’America, col fiatone: ha un bel da fare nel proporsi come d’essai, d’autore, sulle vette dell’apice sventola da tempo la bandiera stelle strisce.

E’ tutta una questione d’identità, forse. L’America si mostra orgogliosa delle proprie radici, del suo American Dream tale sin dalla corsa per l’oro, dei suoi presidenti, delle sue bandiere storiche confederate o unioniste, contrasti permettendo.

L’Italia, dal canto suo, nega. Nega ogni identità, dalla sua storia divisa, dall’Impero romano stesso (pena il ricadere nel nazionalismo, che è tabù!), dall’arte rinascimentale al suo spettacolo di mezzo secolo scorso. E negando imita e, imitando imita male.

Gli americani possono identificarsi in artisti quali Katy Perry, Miley Cyrus, o Lady Gaga,  magari intrisi di politica, ma esponenti comunque di una nazione, la loro. Il paese di Lincoln comprende e accetta.

Ma gli italiani si meritano forse d’identificarsi in Fedez, con le sue maglie Supreme e la sua strafottenza, o alla vuotezza d’animo della sua compagna, la Ferragni? No, dai, il paese di Giulio Cesare non merita questo.

CF

Relatore

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