Gli imprenditori non avrebbero chiesto aiuti finanziari o sovvenzioni d’altro genere alla politica. Solo l’intervento nel campo a loro precluso, vale a dire la collaborazione per la creazione e concessione delle zone franche e la protezione internazionale in caso di nazionalizzazioni, espropri od altri pericoli conseguenti a cambi di governo negli Stati africani.
Poi l’Italia conobbe Mani pulite, l’IRI (che più tardi venne liquidata) e gli organizzatori italiani furono in ben altre vicende affaccendati, l’iniziativa estremamente ambiziosa e impegnativa, e che aveva il convinto appoggio dell’autorevole politico italiano Andreotti, non ebbe seguito.
Oggi, seguendo la ribalderia dei moderni mercanti di schiavi e degli approfittatori di entrambe le coste, gli atteggiamenti tra l’ingenuo e l’equivoco di molti attori, le problematiche di integrazione e rapporti con le classi disagiate europee, mi interrogo sul fallimento della politica in questo campo. L’idea di oltre un quarto di secolo fa degli amici italiani era sicuramente di difficile realizzazione e nessuno pretende fosse la soluzione miracolosa di tutto e per tutto: aveva però il pregio di evidenziare e sensibilizzare già allora problematiche che ignorate per anni si presentano oggi con violenza drammatica.
La soluzione non consiste nel creare campi di accoglienza in Europa destinati a durare negli anni, ma nell’investire, sia pure in una realtà corrotta e difficilissima, in opere utili in Africa per evitare che i giovani prendano la pericolosa strada per l’Europa, impoverendo ancora di più il proprio Paese, in taluni raccapriccianti casi finendo vittime del commercio degli organi e nella migliore delle possibilità condannati all’ozio forzato e senza speranza.
Due professori di Oxford, Alexander Betts e Paul Collier, che da decenni si occupano di movimenti migratori e di fuggiaschi, nei loro scritti deplorano il mancato convinto sostegno ad iniziative degli stessi rifugiati per organizzarsi in comunità e sostengono il vantaggio di insediamenti in Africa non eccessivamente lontani dal Paese di origine.
Iniziative come quella di un industriale ugandese, che con materia prima locale (fogli di papiro) produce prodotti igienici per signore in fabbriche situate in comunità di profughi occupati nella produzione, dovrebbero venir sostenute e replicate.
Purtroppo molte di queste iniziative non vengono seguite con l’attenzione e l’interesse proattivo che meriterebbero, considerando oltretutto che permettono ai fuggiaschi di rimanere nel loro ambiente.
Se la burocrazia di Bruxelles invece di attardarsi sulle dimensioni e caratteristiche degli ortaggi, invece di impegnarsi nel trovare modi per mortificare la concorrenza dei sistemi, invece di far approvare pagine e pagine di accordi che non tengono conto delle realtà quali Schengen e Dublino e che si sono dimostrati di difficile quando non impossibile attuazione, avesse cercato nei decenni scorsi le soluzioni per frenare e incanalare le prevedibili immigrazioni, forse oggi avremmo qualche naufragio in meno nel Mediterraneo.
Tito Tettamanti
pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata
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