A fine ottobre sono terminati gli otto anni di presidenza della Banca centrale europea (BCE) di Mario Draghi, apprezzato per la competenza, lo stile, l’abilità politica e l’autorevolezza. Autorevolezza che gli ha permesso di guadagnarsi la fiducia dei mercati tanto da evitare una possibile crisi nel luglio 2012 con la famosa frase «Whatever it takes» (faremo tutto ciò che sarà necessario).
Per contro, non sono unanimi i giudizi sulla sua politica, criticata per non essersi limitata alla questione monetaria sconfinando in quella fiscale, di spettanza del mondo politico. Gli va riconosciuta l’attenuante di essersi visto obbligato ad intervenire data l’inaffidabilità e la latitanza dei governi europei. Vediamo di capire meglio questa critica che viene anche da autorevoli economisti ed ex dirigenti di banche centrali.
Con la loro politica le banche centrali mirano alla stabilità dei prezzi e usano la leva del tasso per influenzare la massa monetaria. In parole povere allargano o stringono i cordoni della borsa e così alimentano o combattono l’inflazione. La tesi dei critici è che Draghi abbia portato i tassi addirittura a livello negativo e immesso nel mercato 2.600 miliardi di euro pur sapendo che il tasso di inflazione al quale tendere, e da lui fissato al 2%, non si sarebbe mai raggiunto. È ormai diffusa convinzione che sostanzialmente non vi è più inflazione, cosa che dovrebbe preoccupare gli Stati abituati a ripagare i loro debiti con moneta svalutata, ma meno l’economia come tale e men che meno il semplice cittadino.
Il problema del rilancio dell’economia rimane e sempre più viene proposto di ricorrere all’aumento della spesa pubblica quale soluzione, anche in considerazione dei tassi molto bassi se non addirittura negativi. È un’illusione. Innanzitutto, anche se a tasso zero o negativo i debiti vanno (andrebbero!) ripagati e quindi dobbiamo chiederci in quale genere di spesa pubblica si vuol investire. I professori Alberto Alesina e Francesco Giavazzi mettono in guardia: infatti tanto nuove infrastrutture quanto aumenti della spesa sociale “non aiutano la crescita nel lungo periodo”. L’aumento dell’indebitamento per un’eventuale spesa pubblica ha due ulteriori inconvenienti. Verrà accompagnato ulteriormente dall’espansione dei già enormi bilanci delle banche centrali, dando sempre più potere ad un’istituzione non elettiva e che non dovrebbe avere coinvolgimenti politici. Infine la già pervasiva presenza dello Stato nell’economia, gestita molto spesso in modo inefficiente, non farebbe che aumentare continuamente con le difficoltà connesse.
L’unica soluzione – se dimentichiamo cervellotiche alternative tipo «helicopter money» (vale a dire la distribuzione a pioggia di soldi ai cittadini) – consiste in un significativo ribasso delle imposte con particolare attenzione al ceto medio/medio basso più incline ad aumentare i suoi consumi. Purtroppo dubito che i diversi governi adotteranno questa strada per il rilancio. Di conseguenza è prevedibile un avvio del mondo europeo, in considerazione di politiche che contribuiscono alla scarsa redditività del lavoro, non incentivano ad investire e dell’invecchiamento della popolazione, ad una situazione «simil giapponese» che stagna da decenni e ha portato il debito pubblico del Giappone attorno al 230% del PIL. Ricordiamoci pure che a livello mondiale conviviamo già con 188 mila miliardi di dollari USA di debito, che aumenta vertiginosamente: 24 mila miliardi negli ultimi 18 mesi. Forse vale la pena riflettere se l’accumulo continuo di debito (a carico delle generazioni future) sia la strada giusta.
Tito Tettamanti
Pubblicato nel CdT e riproposto con il consenso dell’Autore e della testata
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